
“Il lungo, il corto e il pacioccone” è il titolo di una canzone che gracchia tutte le mattine dal mangianastri di mia figlia, che la ascolta quando si veste.
È roba di uno Zecchino d’Oro di tanti anni fa, che io ascolticchio come d’abitudine da sotto la doccia senza nemmeno far caso a cosa dice.
Stasera però mi è tornata in mente mentre, nel pollaio quotidiano della mia cena serale, alle prese coi bimbi, la moglie e tutto l’ambaradam di sempre, mi è capitato di sentire i titoli del Tg.
Il lungo stava sul primo titolo, quello che parlava di Roma e dell’incidente sul metrò.
Il lungo è proprio lui, è Walter Veltroni, che con la consueta espressione di chi sta dicendo qualcosa destinato a rimanere scolpito nei cuori di tutti commenta i fatti, i risultati delle inchieste, gli ennesimi progetti della sua amministrazione, già pronti come se fossero sempre stati lì in un cassetto.
Si sa che Veltroni è così.
È bravo ad annusare l’aria e a dire quel che la gente vuol sentirsi dire per scrollarsi subito il problema di dosso; e biascica quelle parole trite e false con l’aria sacerdotale di chi sta dicendo qualcosa che tutti assorbiranno come spugne, e tra cinque minuti si ricorderanno solo del suo nome: “Veltroni”, sempre lui, quello delle figurine e dell’Africa e del cinema e di Kennedy e di tutto l’armamentario del luogo-comunismo imperante.
È un campione di retorica.
Anni fa sull’Unità che dirigeva attaccò “Il Giornale” perché aveva pubblicato l’indirizzo di Violante. Non si fa così, disse, non si diffonde l’indirizzo di un bersaglio della mafia. E aggiunse testualmente: “troppi sono stati, in questi anni, i rosari di morti”.
Ma va’ là. Come se la mafia, per imparare certe cose, avesse bisogno di leggerle sul “Giornale”.
E anche stavolta Walter ricalca la parte.
Poi però d’improvviso muta espressione. Si fa come più sincero, più turbato, ma stavolta davvero, e non parla né dell’incidente, né dei morti, né della città.
Gli chiedono delle polemiche e lui non rintuzza saccente come fa sempre, ma se ne esce con questa frase: non mi aspettavo tutto questo livore su di me.
Per una volta, forse, Walterino ha visto lungo.
Ha sentito forte il fiato degli avvoltoi (“meno feste, più sicurezza”) ma non ha opposto il solito finto scandalo, la solita supponenza retorica.
Ha capito, tutto d’un tratto, forse davvero per la prima volta, che a un sacco di gente Veltroni sta proprio sulle palle.
Il corto stava sul secondo titolo, e si chiama Marco Follini.
Premetto che settimana scorsa l’ho incrociato a Roma. Camminava lungo via Barberini e- giuro- procedeva talmente sbilenco che da lontano l’avevo scambiato per un paraplegico o roba del genere. Probabilmente era fritto nei suoi pensieri (fra l’altro ho perfettamente capito il Berlusca che non poteva accettare i suoi diktat: già prende sì e no il 4%, in più sembra un mezzo mongolo…).
Bene, il suddetto stasera ha finalmente fondato l’Italia del Mezzo, il suo partitone senatoriale che punta a “dare voce a una parte grande dell’Italia che soffre uno schiacciamento della tenaglia di questo bipolarismo”.
Di per sé, ammettiamolo, è un grande idea.
Il problema è che ha il respiro corto, cortissimo.
Altro che contro il bipolarismo: è una garbata ma subdola via d’uscita per una lenta annessione alla banda ulivista.
Insomma, più che l’Italia del Mezzo pare l’Italia del Mezzuccio.
Infine, il pacioccone.
Non vi dirò chi è, ma stava sul terzo titolo.
È un genio che sta facendo le grandi sorti del paese con ogni dichiarazione, e quella di oggi si commenta da sé: benissimo le donne islamiche col velo, purchè si veda la faccia.
Cazzarola! Non ci avevamo pensato.
(E la sua? Quand’è che non la vedremo più?)
By Estiqatsi
