Il Sorvegliato Speciale

Entries from Luglio 2007

Tutto odio verso la fi-ca. Ecco le prove.

31 Luglio, 07 · 5 Commenti

 

Questo Post è liberamente suggerito da Estiqaatsi il quale alle ore 15,00 circa di oggi mandava questo sms a Sorvy : “a pag. 2 del Foglio un monumetale articolo da pubblicare sul Sorvegliato: (fi-ca) “

 Editelo: di rancore trattasi. Tutto odioverso la fi-ca. Un pregiudizio dettato dallatirannia del frocismo obbligatorio chebrucia addosso alla notte brava di via Veneto.Se invece che con due sventole, CosimoMele – 50 anni, una moglie, tre figli, deputatoneodemocristiano dell’Udc – se inveceche con due escort o donnine allegre che dirsi voglia, all’Hotel Flora della già Dolce Vitaavesse fatto il botto con due marchettari, sisarebbe dimesso dal partito come ha dovutofare ieri, ma sarebbe stato acclamato eroedai giornali del potentato finanziario, dagliintellettuali riflessivi, dai Cecchi Paoni e daglisbaciucchiatori di via dell’Impero: tuttiquegli invertiti che, invece di cercare farfallesotto l’Arco di Tito, vanno a procurarsi sodomiee bislunghi pasti appetitosi per poistarnazzare davanti ai Carabinieri.Nel frattempo che i radical chic andavanoin via Veneto, Mele invece c’è rimasto. E ditelo,allora: avete massacrato Salvatore Sottile,il portavoce di Gianfranco Fini, solo perchés’intratteneva in goduriosa conversazionecon Elisabetta Gregoraci. Fosse stata leiun tronista invece che la gran bella figliolache è, avrebbe avuto il suo bel salto sociale ilSottile, la sua presentabilità e magari starebbeoggi nel pieno del dibattito sui diritti delleminoranze. Minoranze un par di strùmmoli,giusto per parlar toscano, se non è poi veroche a dettar legge oggi sono gli odiatoridella femmina femminosa, gli estetisti dellospirito del tempo che sono nemici dei praticantidella via regolare, quelli che giustamente– anche da custodi della famiglia – unabatteria con due femmine a letto se la farebberopiù che volentieri (ad averci la forza, lafortuna e la pazienza). Prova ne sia che SilvioSircana, il portavoce di Romano Prodi, fotografatoin atto di muta osservazione con femminadi genere transessuale ha avuto tutta lacomprensione necessaria. E prova ne sia lavicenda di Lapo Elkann. Trans e cocaina. Tuttoperdonato (e da cosa avrebbe dovuto dimettersi,povero ragazzo: dalla 500?). Avesseroavuto a che fare con la fi-ca, invece checon l’altra cosa, sarebbero stati macinati via.E ditelo: dov’è il reato di questo pover’uomo,il Mele appunto? La cocaina? Potrebbenon averla presa e c’è da crederci. Di fronteal bendiddio di un due più uno descritto dallecronache, che se ne deve fare dell’alcaloide?E ditelo: non avete forse fatto solo rallegramentiquando Emilio Colombo venne scopertoa trafficar di polvere? “Ma che eleganzae che stile”, si disse. Ditelo: tutto in gloria,certo, ma tutto perché consumato in assenzadi femmina, ci fosse stata quella fisima lì – lafi-ca – quella musica indescrivibile, quellapoesia, quell’endecasillabo infinito fatto dibuio, profumo e umidità, perfino il senatoreColombo, meritatamente padre della Patriain quota Ulivo, sarebbe stato gettato nellapattumiera degli abissi vongoloidi degli italiani.Ma ora parliamo noi. Siete andati al Colosseoper il Bacio-Gay di solidarietà coi idue fidanzatini? Venite davanti all’Hotel Floraper il Mele-Day, fatela fino in fondo la stradalibertaria, sottoscrivete la solidarietà aCosimo, eroe di paese, combattente di quell’ideasmarrita nel frattempo che siete andatia cercare i diritti, i pacs, i dico e i non dicodella modernità laica. Laida altro che laicala vostra modernità, nemica della femminaportatrice di piacere. E rimpiangete il beltempo cattolico: quando mai i credenti nellaResurrezione hanno negato la crapula delcorpo? Dove ci sono campane, ci sono buttane.Portate campane all’Hotel Flora. DA IL FOGLIO DEL 31/07/2007 by Estiqaatsi

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Andrea’s Version (BY ERCOLE)

31 Luglio, 07 · Nessun Commento

 

Il problema non è, prendiamo un giornale a caso, se l’Unità ironizza “sulla vita da cristiano, anzi, da democristiano” dell’onorevole Cosimo Mele. Che è molto colto, molto raffinato. Cosimo Mele essendo infatti un Sircana, o un me, o un te, cui sembrava andare più bene che male, nella prima parte della serata, e più male che bene nella seconda. Che capita. E si capisce che l’Unità ci picchi dentro. Che ci ironizzi. E che maramaldeggi. Fa parte del gioco. Dopo tutto, Cosimo Mele è un Sircana dell’Udc andato troppo a segno. E alla deriva, purtroppo. Il problema non è nemmeno che l’Unità, o chi per essa, picchi duro sul Mele d’albergo nel giorno stesso in cui ha difeso il sacrosanto diritto a un simil-pompino al Colosseo. C’è differenza, che diamine. Il pubblico, il popolo, le minoranze, la politica e il privato. Anche questo è molto colto e raffinato. Il problema non è dunque se l’Unità ci marcia, oggi. Il problema è se, un domani, il Corriere della Sera pubblica un’intercettazione dove, per dire, il compagno D’Alema telefona a una tipa tutt’altro che consorte, e le fa: “Vai, facci scopare!”.
SU RICHIESTA DI ERCOLE SAVIGNANO

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L’intervista, la città “bianca” e la gaffe di Cesa.

31 Luglio, 07 · 14 Commenti

L’INTERVISTA A REPUBBLICA

 ”Sono distrutta, la mia vita è finita dopo questa storia con il politico, mia madre e mio fratello, che fa il poliziotto, hanno scoperto come vivo e cosa faccio ma io ho la coscienza a posto, non ho commesso reati, non ho neanche bisogno di un avvocato”.
Voce incrinata di stanchezza e di rabbia, uno sfogo come un fiume in piena quello di F. Z., la ragazza squillo finita all’ospedale dopo una notte di sesso e cocaina all’Hotel Flora assieme al parlamentare dell’Udc Cosimo Mele.

“Ho letto le sue dichiarazioni ai giornali e la verità è stata completamente stravolta. Io non l’ho denunciato e lui non solo non mi ha neanche telefonato per ringraziarmi ma, anzi, mi fa apparire in questo modo”.

Era la prima volta che lo incontrava?
“Si, la prima. Me l’ha presentato una persona”.

L’onorevole Mele ha detto: “Non sapevo che fosse una squillo”. E’ vero?
“Certo, come no? Ma se la prima cosa che ha fatto è stata quella di darmi i soldi, ma andiamo…”.

Quanto le ha dato?
“Senta, io non ho voglia di parlare di queste cose. Sono rovinata, i miei clienti hanno capito che sono io e nessuno mi chiama più. Io ho un mutuo da pagare, i Rid, come faccio se non lavoro più? Io uso il mio nome, quello vero, perché sono una persona vera. E adesso mia madre e mio fratello hanno scoperto tutto e non mi parlano più, la persona con cui stavo, che sapeva benissimo tutto, mi ha lasciata dall’oggi al domani, non ho lavoro, non ho un compagno, non ho una famiglia, sono distrutta”.

Torniamo a quella sera al Flora. L’onorevole Mele dice che, a un certo punto, si è addormentato.

“No, nessuno ha mai dormito quella notte. Siamo rimasti dalle 2 alle 5 del mattino, in tre in una stanza. E poi alla fine mi sono sentita male, ho visto delle cose che mi hanno fatto paura”.

L’onorevole Mele ha chiamato l’ambulanza?
“Macché, ha cercato di strapparmi il cellulare di mano. Io ho telefonato al mio compagno e poi a mio fratello”.

Lei ha portato la droga? Cosa ha preso? Pasticche? Coca?
“Io non ho portato assolutamente nulla. Mai. E le pasticche non le ho mai prese in vita mia, tra l’altro mi fanno paura. E poi ci sono le analisi che parlano chiaro”

Overdose di cocaina quindi. Chi l’ha portata?
“Ascolti, come sono andate le cose lo so io e lo sa la polizia. Mi hanno torchiata dalle 8 del mattino alle 6 di sera, sono venuti a prendermi in ospedale. Ero sporca, sudata, semisvestita. E’ stato un vero tormento, non mi sono mai sentita così umiliata in vita mia. Sa quanti mi hanno chiamata dicendo: lo so che sei tu. Nel nostro ambiente mettersi troppo in vista, finire sui giornali non va bene. Io sono una persona comune, voglio vivere una vita anonima”.
da La Repubblica

OSTUNI, LA CITTA’ BIANCA

facile l’ironia sulla città nella quale è stato eletto Cosimo Mele: la incantevole Ostuni, da tutti conosciuta come “la città bianca”… bianca come la neve!

LA GAFFE DI CESA

 Vita dura quella del parlamentare, specie se abita fuori Roma. Almeno questa è l’opinione del segretario dell’Unione di Centro Lorenzo Cesa. Dunque, ricapitoliamo: un suo deputato, Cosimo Mele, è protagonista di una serata, a base di droga e sesso, in un albergo romano conclusasi con una ragazza al pronto soccorso. E lui, il numero uno dei centristi, che cosa fa? Be’, prima accetta le dimissioni dell’onorevole pugliese, ma poi tira fuori dal cilindro una proposta quanto meno bizzarra: dare una indennità aggiuntiva ai parlamentari, che già sono fra i più pagati del mondo, per il ricongiungimento familiare. Potrebbe essere la soluzione ai problemi di solitudine dei politici che si trovano ad essere tanti giorni fuori casa, secondo Cesa, che parla della «vita dura del parlamentare per chi lo fa seriamente, dei tanti giorni soli a Roma, dei tanti impegni fuori casa».  Lontano dalla moglie per cinque giorni di seguito il rischio puttane aumenta vertiginosamente. Minchia, che bella trovata!

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U.D.C. (Union Drug Center)

30 Luglio, 07 · Nessun Commento

Giustamente il Sito della Repubblica ha messo in risalto la straordinaria LETTERA DELL’UDC in cui solo il giorno prima i deputati Uddicini si stracciavano le vesti per la bocciatura da parte della Commissione Affari Costituzionali della puttanata del Test obbligatorio antidroga.

E manco 48 ore dopo la lettera la Procura della Repubblica di Roma apre un fascicolo sulla vicenda a luci rosse che ha coinvolto il deputato dell’Udc Cosimo Mele. L’indagine prenderà l’avvio non appena all’ufficio del pubblico ministero la polizia presenterà un rapporto sui fatti accaduti all’hotel Flora, dove il parlamentare si era incontrato con due donne, una delle quali è stata ricoverata per aver assunto droga. 

Ma la cosa più bella della vicenda è la dichiarazione del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa il quale “comprende” pur stigmatizzando il collega di partito  evidenziando le fatiche del parlamentare: “La vita del parlamentare è dura se fatta seriamente, ricca di impegni fuori casa, con tanti giorni da solo a Roma…”. 

della serie : “Na sniffata e na trombata co du battone d’alto bordo? quando uno è stanco e lontano da casa, nun se conta”.

Che figura de mmerda… sta UDC!

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A proposito di moralisti.

30 Luglio, 07 · 18 Commenti

La notiziona è che nell’UDC, l’on. Casini non si droga.
Sancho

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ANDREA’S VERSION del 27/07/2007

27 Luglio, 07 · 2 Commenti

L’altra sera ho visto Antonio Di Pietro in televisione ed è stato molto bello. E’ stato molto bello perché Di Pietro difendeva con straordinario calore l’onestà, la trasparenza e la limpidezza, in opposizione mortale all’opacità, alla doppiezza, all’ambiguità e all’ipocrisia di tanta parte della politica. E tale era il suo trasporto, tale la foga generosa con cui difendeva, quasi fisicamente, le succitate virtù, che a un certo punto mi ritrovai io stesso in piedi davanti al televisore. Tifavo. E’ stato lì che mi è venuta in mente via Andegari, l’appartamentino di lusso, nel centro di Milano, dove aveva piazzato il figliolo; e poi via Agnello, la garconnière avuta gratis da Antonio D’Adamo; e poi Curno, vale a dire l’appartamento comprato con un, chiamiamolo, prestito in contanti di Giancarlo Gorrini; e poi la scatola da scarpe con cui Di Pietro restituì il contante in zona Cesarini; e poi quella bella Mercedes, bella, ma così bella, ma così limpida, ma così trasparente, che a quel punto mi sono riseduto.

(da Il Foglio del 27/07/2007)

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Andrea’s Version del 26/07/2007

26 Luglio, 07 · Nessun Commento

 L’altra sera ho visto Paolo Mieli in televisione. E’ stata una serata molto bella. Ho sentito che Mieli diceva, però vado a memoria: “La mia opinione, nell’operazione su Bnl, è che Consorte stesse ben dentro ai limiti della legalità. E’ vero, noi del Corriere l’abbiamo molto attaccato, ma può darsi che abbiamo esagerato”. E’ stata una serata molto bella. Mi ha ricordato una mattinata. La mattina di alcuni anni fa comprai infatti un giornale e sopra c’era scritto, vado sempre a memoria: “E’ vero, noi del Corriere abbiamo molto attaccato su Tangentopoli, però può darsi che abbiamo esagerato e chiedo scusa”. L’altra sera è stata una serata molto bella. Perché? Perché, se non mi sbaglio, Paolo Mieli era appena stato direttore del Corriere della Sera quando ammise di aver esagerato su Tangentopoli. E lo era di nuovo ora, mentre ammetteva di aver esagerato su Consorte. Invidiabile approfondimento. E’ stata proprio una bella serata. Ho avuto, come conferma, che fare il frocio col culo degli altri resta brutto. E l’idea nuova che un’autocritica, o meglio ancora due, va fatta quando il culo degli altri non c’è più.

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D’Alema: “via gli U.S.A. dall’Afghanistan”.

25 Luglio, 07 · 12 Commenti

Altri scriverebbe che la gestione degli Esteri da parte di D’Alema può configurarsi con un solo aggettivo: mussolinismo. D’Alemah è uno che non sopporta il profilo basso: vuole essere protagonista, sbattere i pugni, fare a pugni con le plutocrazie. Non a caso, dopo le sue ultime esternazioni, Condoleeza Rice ha dato forfait al suo incontro con D’Alema, previsto a fine luglio.

Ma in realtà a lui interessa la Stanza dei Bottoni: all’ISAF dovrebbero coinvolgerlo, mandarlo su un caccia o su una portaerei… Così si gaserebbe, credendosi di essere il Dottor Stranamore del Bene, come in Serbia.
 …Però è anche un sinistro pacifista… Un classico di D’Alema, nel mezzo di una guerra alla quale partecipa, è cominciare a chiedere la sospensione dei raid e corridoi umanitari dopo mezz’ora dall’inizio delle operazioni, oppure sospendere i bombardamenti in caso di cerimonie, feste etc., come durante il Ramadan (Afghanistan 2001). “Scusi, devo andare a pranzo: mi bombarda quando ritorno?”… Ecco l’atteggiamento Ipocritamente corretto, come tutto il PD che avanza… Non c’è niente da dire: è proprio il peggior ministro degli Esteri, dai tempi di Antonio e Cleopatra…

by l’ottimo Paolo De Lautremont
ROMA - Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha auspicato che si ponga fine alla missione “Enduring Freedom” in Afghanistan, guidata dagli Stati Uniti per evitare quei problemi di coordinamento con quella Isaf che in alcuni casi hanno causato vittime civili.  (Corriere della Sera)

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L’Italia capovolta.

25 Luglio, 07 · Nessun Commento

Dopo la richiesta avanzata, in forme che fanno tanto discutere, dal giudice Clementina Forleo al Parlamento perché ammetta l’utilizzo delle intercettazioni subite da alcuni deputati e senatori, il circuito mediatico-giudiziario si è rimesso rapidamente in moto, però gira al contrario. L’associazione nazionale dei magistrati, per la prima volta a memoria d’uomo, invece di esprimere la solita solidarietà al giudice, la cui autonomia è minacciata dai politici ecc. ecc., comincia a sindacare sulla sua attività. Non si fa sentire neanche il Csm, costituzionalmente garante di quell’autonomia. Contro il ministro della Giustizia che chiede gli atti per verificare se inviare un’ispezione a Milano non arriva la solita gragnuola di proteste, anche perché analoga richiesta è partita dal procuratore generale della Cassazione. Da ultimo, ma primo fra tutti per l’autorità, Giorgio Napolitano ammonisce che negli atti non bisogna scrivere pregiudizi, e (quasi) tutti i giornali applaudono. L’eccezione è rappresentata dalla Stampa, che nelle parole pronunciate dal presidente vede se non l’esistenza, almeno una parvenza di parzialità a favore del suo partito di origine.
Ognuno di questi inusitati comportamenti può avere una spiegazione diversa. L’atteggiamento della magistratura associata potrebbe essere il segnale che la campagna contro “i politici”, ripresa in grande stile per condizionare l’iter della legge sull’ordinamento giudiziario, adesso che questa è passata al Senato secondo i desideri della corporazione, può cessare, anche se la Forleo forse non se n’è accorta. Certo, nel comportamento del procuratore generale della Cassazione si potrebbe anche intravedere il riflesso di una rivincita generale degli alti magistrati: da un lato hanno vinto la battaglia per la nomina del presidente, dall’altro hanno sconfitto Magistratura democratica che si opponeva a Vincenzo Carbone. Anche l’atteggiamento balbettante delle grandi testate che, dopo aver contribuito a lanciare la campagna su Unipol-Bnl, avevano forse pensato di aver già ottenuto l’esclusione di D’Alema e Fassino dalla corsa nel Pd, si spiegherebbe con l’opportunità di non infierire su avversari sconfitti. Tuttavia è lecito sperare, a chi ha sempre creduto nel garantismo, che non ci sia solo una serie di coincidenze, e di convenienze, alla base del capovolgimento di posizioni del circuito mediatico-giudiziario, ma anche un pizzico di vera riflessione autocritica, seppure un po’ a senso unico.

(EDITORIALE DE IL FOGLIO del 25/07/2007)

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Summer 2007 T shirt

25 Luglio, 07 · 1 Commento

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La fatwa contro Magdi Allam da 200 maestri di non libertà

24 Luglio, 07 · 4 Commenti

 

Testata: Libero
Data: 20 luglio 2007
Pagina: 10
Autore: Renato Farina - Andrea Morigi
Titolo: «Contro Magdi la fatwa dei compagni.»

Da LIBERO del 19 luglio 2007, un articolo di Renato Farina sull’appello contro Magdi Allam  pubblicato da RESET

Magdi Allam deve aver sentito una mano di ghiaccio sul collo. Duecento intellettuali, persone gentili, molto cristiane, brave di penna, cattedratici stimati, predicatori di pace, incapaci di fare del male a una mosca, hanno firmato un manifesto contro di lui. Lo sanno che cosa hanno fatto? Hanno la testa, insegnano all’università: si presume di sì. Tutti sanno che contro Allam sono state pronunciate sentenze di morte e c’è intorno a lui un vuoto sociale da macumba, al punto che è il giornalista più blindato del mondo. Tutti sanno meno loro? E allora perché si sono presi la briga di prendere in mano il foglio scritto da un arabista dell’Università Cattolica di Milano, Paolo Branca, e poi pensarci su, quindi metterci la firma, non prima di aver raccomandato l’adesione ad altri? Poi è successo che un tipo serio come Giancarlo Bosetti, ex vicedirettore dell’Unità, collaboratore di Repubblica, l’ha piazzato con enorme solennità sulla sua rivista Reset. Se fosse un foglietto da niente, un sito internet di insulti, sarebbe poca cosa. Ma l’altezza del luogo editoriale da cui si tira questo sputo profumato fa più paura. È un meraviglioso lasciapassare per criminali. Ma dove vive, anche lui? Che razza di crapa hanno queste persone, le quali si prestano a un gioco di società che somiglia a una roulette russa sulla tempia di uno che non la pensa come loro? Magdi, ovvio, si può avversare, criticare, come no, ma da quando in qua si usa sottoscrivere appelli contro un condannato a morte? Qui non è una semplice messa all’indice di un libro (”Viva Israele”, Mondadori), ma il rogo per il suo autore, visto come un kamikaze dell’Occidente (lo disegnò in questo modo Vauro con la compiacenza di Michele Santoro ad Anno Zero, Rai 2). Mi vengono in mente due faccende a guisa di precedenti storici antipatici. Gli appelli che circolavano al tempo di Stalin contro i fisici sovietici borghesi, per emarginarli dagli istituti scientifici e poi spedirli nei gulag. Erano inclini a credere alla teoria della relatività di Einstein, poi ci fu il contrordine compagni. I manifesti contro i cultori della linguistica borghese sempre al tempo di Stalin autore del mai abbastanza schifato “La linguistica e il marxismo” (1950). Quella era una pratica sovietica corrente. L’attacco personale, l’individuazione di un caso umano come incarnazione di una malattia ideologica nefasta. Non si attacca un sistema di pensiero, smentendolo con fatti precisi. Questo sarebbe la pratica corrente e legittima. Non è che siccome Magdi ha dei nemici mortali allora nessuno lo può attaccare. Ci mancherebbe. Ma siamo uomini o caporali che radunano una squadra di picchiatori? Stavolta si è individuata una persona e la si è trasformata nell’idea oscena del «giornalismo tifoso». Si piazzano due foto in pagina e gli si costruisce intorno un’intera rivista come un cordone sanitario dove contenerlo e avvilirlo. Viene in mente Luigi Calabresi. L’assalto delle menti che ha preceduto quello dei killer. Bobbio lucida le scarpe del sicario, senza saperlo, senza peraltro neanche accorgersene. Come per distrazione, ah questi intellettuali con la testa tra le nuvole… Tiriamoli giù dal cielo. Scendete, per favore, siete responsabili, siamo responsabili. Naturalmente, l’intenzione non è quella di bucare la pelle, la volontà di far del male non la sospettiamo neanche. Ma come somiglia tutto questo rigirio di fogli e di firme a quanto capitò nel 1971. Anche allora c’era una rivista rispettabilissima: l’Espresso. Allora furono 800 gli intellettuali che in nome della verità e del bene, a difesa della memoria di Giuseppe Pinelli, offrirono agli assassini il movente per agire contro il «commissario torturatore» individuato come il «responsabile della fine» di quell’anarchico: Luigi Calabresi. Ovvio. Le parole contro Magdi sono infinitamente più educate di quelle che a suo tempo furono dirette per abbattere Calabresi. Tra l’altro nessuno degli ottocento - che tuonavano contro il regime democristiano - ha avuto un solo contraccolpo nell’ascesa olimpica ai gradi più alti della vita culturale, politica e dei danèe. C’erano, oltre a Norberto Bobbio, Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Federico Fellini, Giorgio Bocca, Margherita Hack, Tinto Brass amante del sesso solare ma anche dell’accusa infame, Furio Colombo, Paolo Mieli. Questi ultimi hanno chiesto scusa. Mieli in questa occasione ha fatto qualcosa di più, e bisogna riconoscerlo. Insieme con il suo vicedirettore Pierluigi Battista ha schierato il Corriere della Sera a difesa del proprio editorialista e vicedirettore Allam. È un segno molto importante. Ed è interessante per noi notare che tra i firmatari pugnalatori appaiono alcuni maestri del pensiero cattolico progressista, peraltro ascoltatissimi dai vescovi, e sicuramente dotati di apparati mentali possenti. Parlo di Enzo Bianchi, priore di Bose, redattore di un’altra lettera firmata dai vescovi piemontesi utile per silurare la candidatura del patriarca Angelo Scola a presidente della Cei, e di Alberto Melloni. Il primo firma su Repubblica, come primo teologo. Il secondo sul Corriere della Sera, e mantiene il privilegio di non essere citato da Battista tra i firmatari dell’Acthung Banditen! Il direttore di Reset, Bosetti, uomo simpatico e molto popperiano, è uno specialista nel coalizzare intellettuali contro personaggi sotto tiro da parte degli estremisti islamici, offrendo alla loro rozzezza argomenti fini. A Oriana Fallaci dedicò un pamphlet intitolato “Cattiva maestra”. Ora si è cimentato con Magdi. Gli dedica un articolo molto positivo, con astuzia getta contro Allam un libro di anni fa. Sarebbe come se Melloni o Enzo Bianchi scrivessero un articolo su Sant’Agostino elogiandone parole e gesta prima della conversione. Un’operazione infida. Infatti Bosetti infilza Magdi in un trafiletto dove lo definisce «un laico dell’Assoluto», un avversario del pluralismo, cultore dell’«ideologia che ha traversato gli ultimi due secoli lasciando uno strascico di morte, di cui è vivo il ricordo». Ehi, ma non eri tu il vicedirettore comunista dell’Unità? Robe da matti. Se permetti, caro Bosetti, tiriamo noi il tuo passato comunista sul tuo presente. Il vizietto dei libelli contro i nemici del popolo dev’esservi rimasto attaccato all’anima. Liberali sì, ma del Volga.

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Ecco i Predicatori dell’odio.

24 Luglio, 07 · 2 Commenti

 

Chiudiamo le moschee dell’odio, della violenza e della morte. Via dall’Italia i predicatori del terrorismo islamico. Grazie alla Digos per gli arresti di Perugia, complimenti al capo della Polizia Manganelli e al ministro dell’Interno Amato. Ma non basta tirare un sospiro di sollievo per il mancato attentato. Dobbiamo liberarci dalle «fabbriche dei kamikaze» presenti nel territorio nazionale.

Solo pochi giorni fa il comandante generale dei Carabinieri Gianfrancesco Siatzu aveva ammonito che siamo un Paese a rischio, puntando il dito proprio sui terroristi maghrebini. Ora abbiamo l’ennesima conferma dell’intreccio fisiologico tra il terrorismo islamico globalizzato e la rete delle moschee dove si inneggia alla «guerra santa» nel nome di Allah. Così come abbiamo la certezza che si tratta di una realtà strutturale, ben radicata e diffusa sull’insieme del suolo italiano. Di ciò ormai le autorità di sicurezza sono convinte perché si tratta della nuda e cruda realtà. Ma allora perché non riusciamo ad affrancarci da questa minaccia che incombe sulla nostra vita e che condiziona la nostra libertà? La prima ragione è che la magistratura e più in generale il mondo politico, intellettuale e giornalistico continuano a voler ascrivere la predicazione d’odio nell’ambito della libertà d’espressione. È significativo che solo oggi la Procura di Perugia, per la prima volta dal luglio 2005, ha proceduto agli arresti applicando l’emendamento alla norma 270 del codice penale che sanziona «l’addestramento a finalità terroristiche». Ma in generale le norme che considerano la predicazione d’odio come «apologia di terrorismo» non sono mai state finora impugnate pur in presenza della flagranza di reato. La seconda ragione è che fatichiamo ad assumere la piena consapevolezza che la vera arma del terrorismo islamico globalizzato non sono gli esplosivi o le pistole, ma il lavaggio di cervello che trasforma le persone in robot della morte. E che ciò avviene all’interno delle moschee, nell’ambito di una filiera che parte dalla predicazione d’odio che inculca la fede nel cosiddetto «martirio» islamico, si passa all’arruolamento in gruppi terroristici, poi all’addestramento all’uso delle armi e degli esplosivi, infine si arriva alla fase dell’attuazione dell’attentato terroristico vero e proprio. In Italia e altrove in Europa non si riesce a far propria questa visione d’insieme, a prendere atto che si tratta di una unica struttura organica e integrata del terrorismo. Il risultato è che finiamo per procedere con una navigazione a vista.

Ci sentiamo in pace con noi stessi se riusciamo a convivere con i predicatori d’odio, fintantoché non scoppiano gli attentati, immaginando che ciò sia espressione di una autentica democrazia liberale. Consideriamo un successo il riuscire a scovare in tempo i piani per compiere gli attentati, considerandolo giustamente un successo degli operatori della sicurezza. Ma ci asteniamo dall’andare in profondità, non vogliamo confrontarci con la radice del male. Temiamo e scongiuriamo l’attentato, che è la punta dell’iceberg, ma non vogliamo guardare in faccia e affrontare con determinazione la realtà dell’iceberg. Piuttosto preferiamo rinviare la soluzione del problema di fondo, che se ne occupi qualcun altro che arriverà dopo di noi, il futuro governo o i nostri figli. La vicenda della moschea-scuola di terrorismo di Perugia evidenzia un altro aspetto che ci riguarda da vicino.

Il sobborgo di Ponte Felicino, che ospita la struttura eversiva, si è trasformato in un ghetto dove su circa 5 mila abitanti solo il 2% sono italiani. E i ghetti sono il terreno di coltura ideali delle identità separate e conflittuali, specie nel caso degli estremisti islamici. Il terrorismo si previene anche con una strategia dell’integrazione che impedisca la formazione dei ghetti e porti obbligatoriamente alla condivisione dei valori e delle regole comuni. Diversamente non potremo mai dar vita a un modello di convivenza sociale che salvaguardi le certezze degli italiani e soddisfi le aspettative degli immigrati. Sarebbe assai grave se la vicenda di Perugia, così come è già accaduto in esperienze simili a Cremona, Milano, Bologna, Genova, Torino, Brescia e Firenze, si concludesse con il sorriso e la soddisfazione dei responsabili della sicurezza. Perché il problema di fondo del terrorismo islamico in Italia è tutto da affrontare e da debellare.

Magdi Allam da Il Corriere della Sera.

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Le parole malate della disinformazione

21 Luglio, 07 · Nessun Commento

Come i mass-media manipolano la lingua asservendola alla ideologia dominante.

Non bisogna essere degli esperti linguisti per capire che l’informazione dominante, tramite la stampa, la radio e la televisione e’ asservita preponderantemente al potere che se ne serve a scopo propagandistico anche se si vive in una democrazia perche’ la propaganda ha rappresentato e rappresenta uno degli aspetti piu’ deleteri della comunicazione politica in Italia ed altrove.

In aggiunta le leggi esistenti non prevedono alcuna penalita’ per i suoi trasgressori perche’ anche la piu’recente legge Mastella e’ una legge pronta a scattare contro la liberta’ d’espressione e di parola, pronta a condannare per diffamazione e per vilipendio piuttosto che analizzare l’uso inappropriato della lingua a cui ricorrono i persuasori occulti che hanno un grande potere di sottile convincimento sull’opinione pubblica e sono capaci di distorcere la verita’ e i fatti. Ne e’ un esempio la condanna del prof. Stefano Allievi a sei mesi di reclusione, con l’accusa di diffamazione aggravata per aver scritto il libro “ Islam Italia” a Padova, la citta’ che vanta il bellissimo Palazzo della Ragione ma la cui Corte di Giustizia non ha mostrato d’averne un briciolo. La sentenza che ha colpito dei liberi pensatori nel terzo millennio, in un paese democratico come l’Italia, pur con la sua vacillante democrazia, dovrebbe farci riflettere e piangere amaramente su quale sentiero buio e retrogrado ci stiamo incamminando. E’ una totale abdicazione alla forza della ragione! Ci siamo lasciati indietro il processo a Galileo Galilei, condannato al carcere che convinto delle sue osservazioni e dei suoi calcoli matematici, continuava a ripetere: “Eppure si muove! ” o ancora, il processo a Giordano Bruno, monaco e filosofo che fu bruciato nella piazza di Campo dei Fiori a Roma per eresia. Questi fatti, dovrebbero farci riflettere che e’ molto facile abbandonare la via della civilta’ e del progresso per imboccare quella sbagliata dell’Inquisizione, dell’involuzione e del regresso. E’ anche vero, che in una democrazia, a seconda del grado e del livello del suo sviluppo, l’informazione e’ soggetta al controllo dei cittadini e di alcuni organi come Informazione Corretta, ad esempio e i sacrosanti Blog liberi, “ fuori dal coro”, capaci di svolgere un’opera di anti-propaganda e di correzione dell’uso sbagliato della lingua nonche’ di lotta contro ogni pregiudizio e stereotipo imperversante. Un elogio ad Internet che rappresenta la grande rivoluzione della comunicazione, dove le notizie fortunatamente circolano piu’ veloci e raggiungono i destinatari in un lampo.. E’ un mezzo che stimola una maggiore partecipazione dei cittadini nell’arena politica, che diventano con le loro idee e opinioni dei protagonisti, capaci di stimolare una piu’ corretta informazione. Rappresentano la forza delle voci libere contro chi con l’intimidazione dei processi e dei manifesti vuole ridurci al silenzio!Il 14 luglio ”The Wall Street Journal” ha festeggiato il decimo anniversario della nascita del ” Blog”, con una bella torta a tutta pagina, con su sopra scritto: “Happy Blogiversary” Un ringraziamento di tre pagine ai blogger, che ci permettono di sapere quello che avviene nel mondo e senza i quali ci sarebbe la cortina del silenzio, specialmente in Iran dove il dissenso contro il regime e’ molto forte nelle universita’ e nei posti di lavoro.

Nelle democrazie come in Italia, dove sempre piu’ si stanno perdendo spazi di liberta’, anche se ci sono fonti pluralistiche di informazione attraverso diversi organi di stampa e piu’stazioni televisive, tuttavia e’ persistente l’uso errato dei termini che sono sempre peggiorativi se ci si riferisce ad Israele e agli Stati Uniti o migliorativi ed eufemistici se ci si riferisce ai presidenti delle repubbliche islamiche dato che chi scrive le veline dei telegiornali e’ campione nell’arte della propaganda e nell’arte della decontestualizzazione e quindi della distorsione della verita’. Questa pratica di usare parole, decontestualizzandole da un contesto e usandole in uno nuovo, come per comunicare a chi ascolta la forza evocativa, emozionale e storica che le parole gia’ conosciute suscitano, e’ molto comune e rientra in quella sezione denominata, “Stampa e Propaganda” che era un’emanazione del Comitato Centrale del Partito Comunista che ha egemonizzato la cultura italiana dal dopoguerra e che continua tuttora.Esempio, quante volte, a proposito di Israele, abbiamo ascoltato o letto la parola “rappresaglia” e mai “reazione” o “ risposta” o altri sinonimi, perche’ la prima e’ evocativa del clima dell’occupazione nazista in Italia perche’ chi la decontestualizza e la riusa, vuole associare e identificare il sionismo con il nazismo. E che dire della parola “ coloni” per associazionismo con il colonialismo? O il termine “imperialismo” che e’ sempre americano e non e’ stato mai sovietico anche quando la Storia ha chiarito tutto, cioe’ che gli Americani vennero in Europa come liberatori e come portatori di democrazia, e poi fecero ritorno a casa. Semmai l’Unione Sovietica aveva formato un grandissimo impero dove i molti popoli assoggettati non avevano, ne’ diritti civili, ne’ politici, dove anche la religione era stata sostituita dal culto dello stato forte e autoritario. L’Unione Sovietica, quello si’ che era un regime imperialista, non certo gli Usa! E nessun organo di stampa, dall’Unita’ al Manifesto o a Liberazione ha usato mai la parola” imperialismo” riferendosi all’Unione Sovietica mentre costoro propagandisticamente usano la stessa parola per la presenza americana in Iraq, a proposito della quale si parla sempre erroneamente di” sporca guerra imperialistica”.Non ci dobbiamo meravigliare se negli anni ottanta, Abu Mazen ha discusso la sua tesi di dottorato proprio al’universita’ di Mosca, dissertando sull’ equivalenza del Sionismo con il Nazismo, magari con una “ summa cum laude “ e bacio accademico! Per l’appunto! Questa equivalenza diffusa dalla propaganda concertata dei dai mass-media, in modo subdolo e martellante, ha prodotto l’odio verso Israele che ha raggiunto il suo culmine in questi giorni, nel manifesto oscurantistico, firmato da pseudo-intellettuali italiani contro Magdi Allam che scrivendo, “ Viva Israele” ha invertito coraggiosamente questo processo di” rigurgito” (sic!) di antisemitismo e di antisionismo che come dice testualmente Giorgio Napolitano sono le due facce della stessa medaglia dell’odio anti-ebraico. Un altro termine usato a iosa e’ “resistenti” o “combattenti” invece di “terroristi”. Noi tutti conosciamo l’abbaglio di D’Alema e la sua pervicacia a non voler capire la differenza fra uno stato democratico come Israele, per esempio, e uno stato terrorista. Cosi’ abbiamo una sinistra che fa un uso impunemente distorto delle parole e che chiama gli Hezbollah “combattenti” o” nemici combattenti” anche se seminano il terrore e si fanno scudo della popolazione civile o lanciano razzi sui villaggi israeliani, mentre il termine giusto che calzerebbe loro a pennello dovrebbe essere quello di “ terroristi”.Anche il termine di “martire”, che nel mondo giudaico-cristiano ha sempre avuto una connotazione positiva ed ora ha invece assunto una connotazione negativa da quando e’ invalso l’uso di premiare con questo termine i bombaroli suicidi –assassini. Il risultato e’ che ora e’ difficile usarlo in un contesto semantico tradizionale dopo l’esproprio subito.Un altro uso inappropriato della lingua e’ quando, a proposito di un despota o tiranno, si usa il termine di “leader” che ha una connotazione positiva anche quando ci si riferisce ad Ahmadinejad o di Nashallah…….. insomma un prendere” fischio per fiasco!” Altro che leader! E ancora la propaganda adescatoria piu’ abietta e spregevole e’ ancora quella islamista che ha scippato Topolino ad intere generazioni di giovani che hanno letto e amato questo eroe senza macchia e senza paura, sempre in lotta contro il crimine, e lo ha trasformato in un personaggio con una connotazione negativa di chi si propone sinistramente di convincere i bambini a trasformarsi in bombe assassine.Questi grandi manipolatori della lingua e dell’informazione barano, ci truffano e ci imbrogliano, sono dei gran fraudolenti! Subdolamente inficiano i principi stessi della comunicazione e ne deriva la disinformazione dei lettori e degli ascoltatori o ancora peggio il lavaggio dei loro cervelli! Ma e’ proprio quello che la propaganda politica vuole!
Piera Bracaglia Morante
Da “Informazione Corretta”.

Shark.

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“…pronta a procedere!”

20 Luglio, 07 · Nessun Commento

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L’erede. Ma c’è tempo…

19 Luglio, 07 · 3 Commenti

 

DA LIBERO di oggi.

«Palazzo Chigi? Perché no? Ma solo con Silvio al Quirinale» (B. Romano) Noi pensavamo d’incontrare il presidente della Regione Lombardia. Invece è Bobbi Mani di Forbice che abita qui al trentesimo piano del Pirellone. Uno che taglia con gesto secco delle dita tutte le questioni personali. Guai a parlare del suo voto di castità. Zero. Inutile chiedergli della sua verginità.
Niente. Proibito indagare sulle sue ex e attuali fidanzate. Zac. Roberto Formigoni è disposto a discutere solo di politica.
E politica sia (per il momento), ma non è stanco di stare in panchina in attesa che Berlusconi passi il testimone?
«In panchina? Venga qui a vedere se è una panchina questa. La Regione Lombardia è la posizione istituzionale più importante che in questo momento il centrodestra ricopra. Più in alto di questa ci sono solo il posto del presidente del Consiglio e un paio di ministeri: Interno e gli Esteri».
Cui lei ambiva, durante il governo Berlusconi, e che non ha ottenuto.
«Noi ho mai ambito nel passato, potrei ambire per il futuro. Ma la Regione Lombardia non è una panchina. Gli altri ministeri, con tutto il rispetto per i ministri, valgono meno della presidenza della regione Lombardia. Io credo che questa volta si andrà a votare nel 2009 e il candidato sarà ancora Silvio Berlusconi» .
E se si votasse nel 2011, lei sarebbe in pista per leadership?
«Finché c’è Berlusconi, spetta a lui la scelta del leader. Ma lui oggi mi sembra in forma e a cavallo. Alle politiche del 2009 io rasi candiderò. Se noi non facciamo scemenze, il centrodestra potrebbe vincere. A quel punto valuteremo insieme se dovrò andare a Roma a fare il ministro o restare qui. Una cosa è certa: sarà Berlusconi a fare il presidente delConsiglio e nel 2013 potrebbe benissimo succedere a Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica».
Così si toglie di torno e si libera il posto per lei.
«Se Berlusconi andrà al Colle io ambisco a far parte della squadra in cui si sceglierà il successore».
E chi lo dovrà scegliere?
«Sarà scelto dal consenso popolare attraverso le primarie. Non sarà possibile un altro modo».
Non lo deve scegliere Berlusconi il suo delfino?
«No, non lo deve scegliere e non lo può scegliere lui, perché gli elettori chiedono di poter decidere loro chi sarà il nuovo leader del centrodestra. Diversi dì noi avrebbero buone chances. Ho grande stinga di persone come Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti…»
Di Michela Brambilla, no?
«Posso aggiungere la Brambilla?».
Troppo tardi.
«Voglio aggiungere Michela Brambilla! Per di più siamo conterranei, lei è lecchese come me».
Non è credibile.
«Davvero, secondo me la Brambilla ha dei numeri».
In che senso?
«È una caparbia e tenace come me. Ha avviato i Circoli delle libertà, fuori dall’organizzazione partitica, con un taglio che aggiunge qualcosa al centrodestra. Per questo piace a Berlusconi».
Male! quand’è che ha conosciuto il Cavaliere?
«Molto prima di tutti quelli di Forza Italia».
Cioè quando?
«Ero appena arrivato a Milano, nel ‘75. Lui era un giovane imprenditore, io ero il giovanissimo leader di Movimento popolare. Ci siamo incontrati, “usmati” (annusati, ndr), ci siam subito presi».
Già nel ‘74 Berlusconi pensava alla politica?!
«Certo. Diede vita a dei seminari di formazione politica rivolgendosi a me, a Rocco Buttiglione, ad Angelo Scola, oggi patriarca di Venezia. Questo corso era un po’ “il bisnonno di Fi”.
Che rapporto ha lei con Berlusconi?
«Io e lui ci diamo del tu da più di trent’anni, questo ha sempre generato parecchia invidia, io sono uno dei pochi a potergli dire tutto in faccia. Il nostro rapporto è sempre stato di grande sincerità reciproca».
Cioè, vi mandate sinceramente a quel paese.
«Certo, ci sono anche momenti in cui siamo in dissenso totale.».
Vi siete fatti parecchi dispetti! alle ultime politiche lui cercò di candidare Marcello Dell’Utri al suo posto e due mesi dopo, per ripicca, lei disse che Berlusconi non è adatto a diventare leader del Ppe.
«Come tra amici ogni tanto ci punzecchiamo».
Quel è il difetto che non può soffrire di Berlusconi?
«È difficile dire quale…».
Perché ne ha troppi?
«Onestamente, dal punto di vista politico…».
Umanamente?
«Quando decide di raccontartela è molto bravo. Ma io gli dico: Silvio, a me non mela conti. Discutiamo sulle sue scelte opinabili».
Tipo?
«Sul metodo elettorale, lui alla scuola di formazione ha detto che la legge elettorale si può correggere in due modi: o tenendo quella che c’è e correggendo il premio di maggioranza al Senato, o facendo un sistema proporzionale con sbarramento. Questa seconda, su cui io sono d’accordo, nasce dalle lunghe conversazioni che abbiamo avuto, io e lui, che all’inizio era contrario al sistema proporzionale».
Lei è la sua musa ispiratrice.
«Non la musa».
Una delle muse.
«Sì, sono una delle persone con cui parla di politica. Ma lui se non è convinto non la vinci mica».
Ma sul partito unico di centrodestra lei non l’ha spuntata, Berlusconi per ora non ne vuole sapere.
«Neanch’io ne ho voglia adesso. Il partito unitario è l’obiettivo a cui tendere, però dobbiamo starci tutti. Se accelerare significasse perdere un pezzo, per esempio l’Udc, sarebbe un errore clamoroso».
Berlusconi dice che ormai può fare a meno dell’Udc.
«Io penso, invece, che non dobbiamo rompere con Casini. È del centrodestra e sono sicuro che non tradirà mai. Ha una diversa sensibilità. Ma guaì se non facessimo la fatica di trovare una sintesi nuova».
A proposito, cos’ha provato quando Berlusconi, riferendosi alle cose che dice Prodi, ha pronunciato la parola “stronzate” alla sua scuola di formazione?
«La parola non è molto british, ma considerato il contesto, quel termine ci stava».
Con Berlusconi non siete d’accordo neppure su Saddam. Quando lui lo paragonò a Hitler, lei protestò.
«Saddam era un dittatore, ma continuo a ritenere che la guerra all’Iraq è stata sbagliata. Sono convinto che anche Bush, se potesse, tornerebbe indietro».
Quando, dopo l’11 settembre, un aereo si schiantò sul Pirellone, lei cosa provò?
«Io ero in India. Appena sbarcato a Bombay, mi avvertirono di cosa stava accadendo a Milano e ci sintonizzammo subito su tre tv, fu impressionante la similitudine con le Due Torri. Pensammo subito all’attentato terroristico. Ma poi telefonarono sia Ciampi che Berlusconi per dirmi che si trattava di un folle gesto suicida».
Tornando a Saddam, secondo la Commissione d’inchiesta Onu sullo scandalo “Oil for food”, la sua amicizia con lui le avrebbe fruttato numerose partite di petrolio.
«Ma quale amicizia! L’ho incontrato una volta sola, il 6 dicembre del ‘90, quando ero vicepresidente del Parlamento europeo. Organizzai una delegazione per andare a chiedere la liberazione di 350 ostaggi italiani che Saddam minacciava di usare come scudi umani».
Perché andò proprio lei?
«Perché erano già stati li tutti, americani, francesi, inglesi, senza ottenere niente. Quindi me ne assunsi io la responsabilità ed ebbi un tempestoso colloquio di tre ore con Saddam».
Cosa vi siete detti?
«Lui entrò vestito da militare, prese la pistola e la mise sul tavolo. In quella conversazione un po’ kafkiana gli dissi che era pazzo a usare gli ostaggi».
E lui?
«Era un dittatore, però stette lì tre ore ad ascoltarci e a dirci le sue… stronzate. E alla fine accettò di liberare gli ostaggi. Io telefonai subito all’allora ministro degli Esteri De Michelis dicendo: “Dovete inviare un jumbo, perché ci sono 350 persone da portare indietro”. Non ebbi l’impressione che fossero entusiasti del mio successo».
Faccia capire: il governo ce l’aveva con lei perché aveva liberato gli ostaggi italiani?
«Altroché. Tant’è vero che noi eravamo pronti a decollare dall’aeroporto di Bagdad alle sei del mattino e ci fecero aspettare 20 ore per farci arrivare dopo mezzanotte, quando le tv ormai se n’erano andate, perché, mi si disse, non potevano sopportare che andasse in onda sui tg il trionfo della nostra missione».
E lo yacht che lei avrebbe comprato con il petrolio iracheno è tutta un’invenzione del Sole 24 Ore?
«Dopo la prima Guerra del Golfo, le Nazioni Unite lanciarono la famosa campagna “Oil for food”, invitando tutto il mondo a comprare petrolio dall’Iraq versando i soldi all’Onu, che avrebbe inviato là medicinali e cibo. Campagna che io rilanciai presso le aziende lombarde. Con quello che poi queste aziende fecero con il petrolio iracheno, io che c’entro?».
Pare che lei sia un vanitoso.
«Molto vanitoso», ride.
Non è per vanità che si è candidato al Senato avendo un ruolo ben più prestigioso alla Regione, solo per misurare quanti voti avrebbe preso?
«Mi sono candidato al Senato perché ritenevo mio dovere dare una mano al centrodestra conoscendo il consenso di cui godo in Lombardia, dove ho trascinato Fi a un +2%».
Non pensa di aver tradito i suoi elettori dimettendosi da senatore?
«No, perché già candidandomi dissi che avrei scelto se restare a Roma o tornare in Lombardia ascoltando i cittadini. Una volta eletto, lanciai un referendum tramite Radio Formigoni e mi dissero rimani qui».
Ma lei non aveva anche tentato di farsi fare una legge ad hoc che rendesse compatibili i due ruoli pur di candidarsi al Senato?
«Non è vero, ma io, come molti, ritengo che bisogna rendere compatibili le cariche».
E adesso non sta tentando di cambiare lo statuto della Regione per candidarsi la quarta volta?
«Non c’è bisogno di cambiare lo statuto. La verità è che non ho ancora deciso se candidarmi o no. Lo deciderò al tempo opportuno».
Vero che si sente unto dal Signore?
«Questo linguaggio non mi appartiene».
Allora perché la chiamano il ‘Celeste’?
«Solo un consigliere regionale una volta mi chiamò così e io l’ho già malmenato per questo. Gli amici veri da ragazzo mi chiamavano “Bobby”, con la tripla “b”, o “presidente”. Questo mi piaceva di più».
Quando ha scoperto la fede?
«Sono nato in una famiglia cristiana, quindi sono stato educato cristianamente, soprattutto da mia madre, ma mio padre non si è mai opposto. Poi ho riscoperto la fede cristiana in maniera più matura con Comunione e liberazione, che allora si chiamava Gioventù studentesca, incontrai il movimento negli anni delle superiori a Lecco e non l’ho più lasciato».
Quando incontrò don Giussani?
«Lo incontrai personalmente all’università, alla fine degli anni ‘60».
Ricorda il suo primo incontro col don Gius?
«Ricordo numerosissimi incontri con lui. Quello che mi entusiasmava di don Giussani era il suo modo di presentare il Cristianesimo come fatto vivo. Non ridotto al rispetto dei comandamenti, ma come un’esperienza appassionante che interessa all’uomo, che lo afferra e gli spalanca la vita rendendogliela estremamente più affascinante. Per questo io posso dire di essere cristiano, perché dentro il Cristianesimo ho trovato una proposta per me, enormemente più convincente di tutte quelle che circolavano. Perciò non sono diventato né marxista né edonista».
Allora perché ha fatto la tesi su Marx?
«Perché mi interessava conoscere gli avversari. In Cattolica, la mia fu una delle primissime tesi su Marx, perché era sconsigliato studiarlo. Ma io volevo conoscerlo e scelsi una parte poco approfondita: il Marx giovanile, studioso di Epicuro. Ci lavorai due anni e mi laureai l’11 novembre del 1971 con 110 e lode».
Come concilia la sua fede con la realpolitik?
«C’è una profonda contigtùtà tra fede e politica. La religione cattolica non separa l’uomo dal mondo, anzi. La fede è un metodo di conoscenza del mondo. Don Giussani ci ha insegnato che fede e ragione sono due modi di conoscenza della realtà che si integrano a vicenda. La politica, che è una parte del mondo, è illuminata dalla ragione e dalla fede. Per questo mi appassiona, perché mi permette di conoscere la realtà e di agire su di essa».
Quando ha deciso di diventare un laico consacrato entrando nei Memores domini?
«A 22-23 amni».
Come mai ha preso questo decisione?
«A lei cosa importa?».
Lei vive in una cassa di Memores in cui vige una regola molto fitta di preghiere. Come fa a conciliarla con la sua agenda di governatore?
«Per lo meno inizio la giornata con un segno di croce, un Angelus, e la termino con un breve esame di coscienza e una preghiera alla Madonna. Evidentemente, cerco di fare anche qualcosa di più. Ma nelle giornate veramente molto impegnate almeno questi due momenti li salvo sempre.
Lei ha fatto voto di castità.
«È una scelta».
Tempo fa ha tenuto a precisare che per lei il voto di castità è stato una scelta, a differenza di Rosy Bindi.
«Oh Signore, per carità, era solo una battuta. Ho già litigato a sufficienza con Rosy Bindi».
È cambiato qualcosa da allora?
«Cosa intende?»
Giro la domanda: è ancora vergine?
«Non intendo rispondere»,
Qual era il suo rapporto con l’universo femminile prima di entrare in Cl?
«Sono entrato in Cl giovanissimo, il mio rapporto con l’universo femminile, sia prima sia dopo, è stato normalissimo».
Che rapporto aveva con sua madre?
«Splendido, lei si lamentava solo del fatto che parlavo poco. Avevo un carattere abbastanza chiuso, mia madre faceva un po’ fatica a tiranni fuori le cose, a volte doveva usare la tenaglia».
Tale e quale a oggi.
«Allora ero molto più timido».
Con suo padre andava d’accordo?
«Lo vedevamo poco, perché la mattina partiva col treno delle sette e la sera tornava con quello delle otto e mezzo. Era severo. Ricordo ancora le lotte per ottenere le chiavi di casa».
Suo padre era fascista?
«Sì, ma io usai questo fatto a mio vantaggio».
Cioè?
«Io che alle nove di sera volevo andare agli incontri di Gs e poi di Cl, quando lui non voleva farmi uscire, gli dicevo: tu che hai fatto la marcia su Roma a 18 anni, ma che cavolo veni a dire a me che non posso rientrare a mezzanotte?»
A che età ha ottenuto poi le chiavi?
«Negli ultimi anni del liceo. Ho dovuto aprire la strada a mio fratello e a mia sorella. Gliel’ho sempre detto: comoda la vostra vita, ho dovuto farle io le battaglie fondamentali di emancipazione».
Vero che quando era al liceo ha fatto un corso da pilota con Roberto Castelli?
«Insieme a Castelli e a Giorgio Moggi, che è stato assessore della giunta Albertini. Eravamo compagni di classe alle medie e al liceo. Dopo la fine della prima liceo (a 16 anni loro e a 15 io, perché sono andato a scuola a cinque anni), andammo a Gorizia su invito dell’Aeronautica a farci una settimana divertentissima di corso per aviazione, terminata con un volo di mezz’ora su un piper che abbiamo guidato noi».
Chi era il più bravo di voi tre?
«Io ovviamente. Ma Castelli era più bravo di me a pallacanestro: era il playmaker della nostra squadra al Manzoni».
Lei era un secchione a scuola?
«Mai. Anche se sono sempre andato decisamente bene, non sempre ero il primo della classe. C’è stato uno di cui ricordo nome e cognome, ma non glielo dirò mai, che per tre anni era lui il primo e non io».
Questo le dava molto fastidio.
«Molto, molto, molto, no», sospira, «un po’ sì. Anche alla maturità che demmo nel 65 arrivai secondo, sempre dietro questo signore qui. Quando poi divenni parlamentare e presidente di Regione, mi sono tolto la soddisfazione».
Questa sindrome del primo della classe mancato ce l’ha pure con Berlusconi?
«Perché io avrei la sindrome del primo della classe?».
Che lei ambisca da sempre alla leadership del centrodestra lo sanno pure i sassi.
«Nella classe del centrodestra Berlusconi è il primo. Forse io sono il secondo. Ce ne sono anche altri che ambiscono ugualmente alla leadership».
Ma lei è più uguale degli altri.
«No, ma è una gara interessante, aperta. Una delle cose che ho imparato in politica è che quando si è bravi bisogna farsi perdonare di esserlo. E io ho molto da farmi perdonare».

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Smile, please!

18 Luglio, 07 · 5 Commenti

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Tutti pazzi per Livia

17 Luglio, 07 · 4 Commenti

Tratto dal sito di Repubblica:
CALDO: TURCO, VIA LA CRAVATTA DAGLI UFFICI
Via la cravatta dagli uffici pubblici e privati durante il grande caldo. Lo prescrive il Ministro della Salute Livia Turco. Nell’ambito degli interventi gia’ in atto per fronteggiare i rischi per la salute delle ondate di calore, il ministro invita, infatti, tutti gli uffici pubblici e privati italiani a proporre ai propri dipendenti di non usare la cravatta durante le ondate di calore come quella che sta attraversando parte della penisola in questi giorni.

Nell’ufficio dove lavoro abbiamo fatto presente di corsa l’ordinanza del ministro della salute al nostro capo ufficio. Ma lui non ne ha voluto sapere: “piuttosto nudi ma con la cravatta”. E così abbiamo fatto. Donne e uomini. Tutti nudi oggi in ufficio ma con la cravatta.

Non sarà certo una cravatta a forci morire di caldo.

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quel “pochino di felicità”

16 Luglio, 07 · 7 Commenti

So che risulta difficile parlare di questo governo in modo serio. Sono consapevole che ho un blog da sempre infestato da trolls di ogni genere (dall’estrema destra nazista all’estrema sinistra). Mai mi sono mancati i commentatori entusiasti della nuova sinistra nata nei gazeebo delle primarie. Quante mani spellate per gli appalusi a Prodi. La nuova sinistra. La nuova ripartenza. Il nuovo Ulivo. Finchè il governo ha governato per qualche mese. Poi, più nulla. Sono mesi che c’è un silenzio tombale nei commenti ai post nei quali si scrive di Prodi. Se ne è accorto anche Greg. Parli di Bush, di Israele e Palestina, di Guerra in Iraq e giù coi commenti a raffica. 50 o 60 commenti a post. Scrivi di Prodi e del governo e …puff… tutti i trolls si tengono alla larga. Adesso però voglio spendere una monetina a favore di Prodi. Un risultato questo governo l’ha ottenuto. Ed era anche un obbiettivo che era stato promesso in campagna elettorale. “Uniremo gli italiani e daremo un pochino di felicità a tutti” … ecco, appunto! Tutti a ridere, per non piangere.

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Il governo (spaccato e spacciato) va di nuovo sotto al senato. Chiamasi “stillicidio”.

12 Luglio, 07 · 5 Commenti

SOTTO!!!

   

Governo battuto  al senato oggi pomeriggio.

Passo falso del governo a palazzo Madama. Nonostante il parere contrario del governo, infatti, l’Aula ha approvato un emendamento del senatore ulivista Roberto Manzione sul quale sono confluiti i voti del centrodestra (con 157 voti contro 154).

Eppure la giornata sembrava mettersi bene per la maggioranza. Con il presidente del Senato Franco Marini a fare da garante in Aula. In mattinata, poi, si era aperto lo scontro sull’articolo due del provvedimento. Articolo che, dopo l’accordo di maggioranza di ieri, ha come punto centrale il “comma Brutti”, ovvero l’emendamento presentato originariamente dal senatore dell’Ulivo Massimo Brutti e nella serata di ieri fatto proprio, a sorpresa, dal leghista Roberto Calderoli.
E proprio sulla mossa del leghista c’era stata maretta in Aula. Il testo di Castelli riprendeva il contenuto delle prime nove righe dell’emendamento della maggioranza. L’Aula, però, l’ha bocciato, mentre i senatori della Cdl hanno sostenuto che anche l’emendamento della maggioranza doveva decadere: “Dice esattamente quello che c’era scritto nel mio, dunque deve essere considerato decaduto”, ha sostenuto Castelli. Marini, però, tra le proteste dell’opposizione, ha deciso di mantenere l’emendamento della maggioranza, perchè formulato diversamente dal quello di Castelli. Sembrava fatta per la maggioranza, ma un nuovo stop era pronto. Proveniente, però, dai banchi della stessa maggioranza.

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Solo il buono scuola può salvare l’istruzione.

12 Luglio, 07 · Nessun Commento

 

da Libero, mercoledì 11 luglio, p. 14, Solo il buono scuola può salvare l’istruzione (A. Martino)

La scuola italiana è in crisi. Questa non è un’opinione, è un fatto noto a chiunque abbia un minimo di familiarità con il nostro sistema scolastico. In particolare, il sistema attuale è inefficiente, intorpidito e allergico al cambiamento; preoccupato più di tutelare gli interessi e i “livelli di occupazione” degli insegnanti anche se incapaci (spacciando il tutto per difesa della “libertà d’insegnamento”) che non quelli degli studi e degli studenti; liberticida, perché tende a imporre all’intera collettività programmi scolastici uniformi dettati dall’alto, e fortemente iniquo sotto il profilo sociale, perché nega ai meno abbienti la possibilità di scegliere la scuola per i propri figli.
Si può rimediare al deplorevole degrado della scuola italiana, se si accetta che il suo obiettivo principale è quello di promuovere un’istruzione di qualità per il maggior numero di giovani. La soluzione è offerta da una proposta rivoluzionaria dovuta a Milton Friedman che ne ha fatto il cavallo della sua ultima battaglia in tema di finanziamento, che finora non è stata sperimentata per l’opposizione dei sindacati degli insegnanti e dei burocrati scolastici. Vediamo di chiarire.
Quando si parla di finanziamento “pubblico” della scuola, è importante non dimenticare che due sono gli elementi essenziali di tale sistema, ed è bene tenerli distinti: la scuola viene finanziata con imposte gravanti sulla generalità dei contribuenti (anziché su rette scolastiche pagate dagli utenti); i proventi dell’imposizione vanno alla scuola direttamente (e non alle famiglie). Tali elementi vanno tenuti distinti, perché la soluzione ottimale del problema del finanziamento va ricercata nel mantenimento del primo e nella modifica del secondo elemento. In base alla proposta del “buono-scuola”, ogni alunno in età scolare riceverebbe dallo Stato un buono di valore pari al costo medio di fatto sopportato dall’erario per l’istruzione pubblica, che, personale e non negoziabile, potrebbe essere “speso” presso qualsiasi scuola, pubblica o privata.
Ogni singola scuola dovrebbe essere gestita nel rispetto di un bilancio autentico, senza finanziamenti “a piè di lista”.
Scomparirebbe così la fuorviante distinzione fra scuola “pubblica” e scuola “privata”, che sembra suggerire che la scuola pubblica ispiri la sua attività a esigenze di carattere generale, mentre la scuola privata indirizzi la sua opera al soddisfacimento di interessi limitati, se non addirittura alla ricerca del tanto deprecato utile privato. In realtà, è molto più pubblica, molto più utile alla collettività, una scuola non statale efficiente, di quanto non sia una scuola statale inefficiente. Quest’ultima è assai spesso “privata”, nel senso che la sua esistenza soddisfa solo interessi di singoli insegnanti incapaci a spese e danno dei giovani, delle loro famiglie e della collettività tutta intera.
Sopravvivrebbe l’unica distinzione rilevante in materia di scuole: quella fra scuole serie, statali o meno, e scuole poco serie. Le prime sono “pubbliche” per definizione, perché la loro attività soddisfa un interesse generale, le seconde rappresentano solo una passività per il Paese, che non potrebbe che avere benefici dalla loro eliminazione.
Nel sistema del buono-scuola, le scuole che riuscissero a soddisfare meglio le esigenze dei giovani, conquistandosi una reputazione di serietà, vedrebbero le loro entrate accrescersi e sarebbero in condizione di espandersi; le altre dovrebbero migliorare la qualità dell’insegnamento per non correre il rischio di restare senza studenti. Gli insegnanti più motivati e qualificati sarebbero molto richiesti e vedrebbero i loro stipendi crescere a ricompensa della loro professionalità e del loro impegno, quelli meno solerti o qualificati avrebbero un incentivo a impegnarsi di più, pena la loro esclusione dall’insegnamento. Alle scuole verrebbe consentito, nel rispetto di standard minimi e non discriminatori predeterminati, di adeguare i programmi alle esigenze dei giovani e a quelle della vita e del nostro mondo in continua evoluzione.
Un tale sistema garantirebbe la libertà di scelta a tutti, anche ai meno abbienti, senza aggravi di spesa per lo Stato e con vantaggi in termini di equità. La concorrenza fra scuole, resa possibile dall’estensione della libertà di scelta a tutti, fornirebbe un incentivo a una maggiore efficienza del sistema scolastico, Infine, la più ampia libertà di scelta e la concorrenzialità del “mercato dell’istruzione” costituirebbero adeguata garanzia contro i rischi dell’indottrinamento, tutelando la libertà.
“Privatizzazione” della scuola, dunque? Direi meglio liberalizzazione della formazione dei giovani e responsabilizzazione di questo che è il settore più importante per il futuro della società. Il “buono” segnerebbe la fine del monopolio pubblico nel campo dell’istruzione.
Non dimentichiamo che il sistema statalista o napoleonico (come lo chiamava Einaudi) non può garantire libertà di scelta a tutti, come confermato, fra l’altro, dal fatto che esso è caratteristico dei regimi totalitari e di tutte le dittature. Il buono scuola costituirebbe il rimedio efficace al problema, senza oneri per lo Stato. Criticare lo statalismo in generale e poi rifiutarsi di prendere in seria considerazione le alternative possibili ai guasti da esso prodotti è pura ipocrisia

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Andreotti-pannolone salva di nuovo Prodi.

11 Luglio, 07 · 5 Commenti

Il governo peggiore dell Repubblica salvato in extremis per un solo voto dal Senatore a vita (non eletto) Giulius Andreottikus, il più arcaico dei democristi. E fra una scoperta (conferma) di gravi brogli elettorali nelle scorse elezioni, lo stallo sulle pensioni, i richiami dell’Europa all’Italia, il conflitto fra gli organi dello Stato, i sondaggi impietosi che danno Prodi come il più odiato capo di governo di sempre, la incapacità di governare e chi più ne ha più ne metta, ecco che il governo si salva per un pannolone di Stato. Quando la smetteranno questi sinistri personaggi di paracularsi in questo modo indegno e avranno un pò di rispetto per l’Italia intera?

La pannolona a vita, mai eletta, Rita Levi Montalcini pare che l’abbiano aiutata con la mano a spingere il tastino. Il respiratore di Stato della Montalcini viene collaudato e oliato con cura tutte le mattine direttamente da Prodi.

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Il Topolino dei bambini palestinesi.

6 Luglio, 07 · 74 Commenti

Da maggio scorso la tv “Al Aqsa” di Hamas ha mandato in onda da Gaza la serie “Pionieri di domani”, starring, appunto, un copia di Mickey Mouse che per diverse settimane, fra le proteste internazionali, ha esortato i bambini appartenenti all’Islam a unirsi alla lotta contro gli USA e Israele. “Restituiremo” diceva Farfur “la comunità islamica alla sua antica grandezza e libereremo Gerusalemme, con l’aiuto di Dio, libereremo l’Iraq, e libereremo tutti i paesi invasi dagli assassini….o Gerusalemme”. 

Un Topolino che invece di far ridere e di spingere a belle imprese, uccide e viene ucciso.

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Love story

5 Luglio, 07 · 1 Commento

Bella questa immagine. Massimo e Giuva in atteggiamenti tenerissimi, mentre fanno un bagno lontani da sguardi indiscreti, o quasi, nel mare di Ponza. La barca attraccata. La brezza fresca del mattino. Le onde leggere. E un bacino. Una carezza. Una strusciata coperta dall’acqua. Un altro bacio. Parole sussurrate all’orecchio. Ti amo. Anch’io ti amo. Fottersene del servizio del settimanale oggi, col suo paparazzo che li riprende a 300 medtri di distanza sul molo. Loro si amano. Si amano davvero. A dispetto di tutti. E di tutto.

Diciamolo: questo è il D’Alema che ci piace. Quello che vorremmo vedere tutti i giorni su tutti i giornali. Magari nelle aperture dei TG e sulle prime pagine del Corriere della Sera. Per giorni. Per mesi. Purchè si tenga lontano dal ministero degli esteri.

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Oggi a Roma la manifestazione promossa da Magdi Allam contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente.

4 Luglio, 07 · 12 Commenti

Appello per una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo “

Dopo aver ascoltato e fatto nostro l’ “accorato appello” del Papa Benedetto XVI ad agire per porre fine alle “critiche condizioni in cui si trovano le comunità cristiane”, abbiamo deciso di promuovere una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente , per la libertà religiosa nel mondo”. Noi non possiamo più continuare ad assistere inermi alle barbarie che stanno costringendo milioni di cristiani negli Stati arabi, musulmani e altrove nel mondo a fuggire dalle loro case e dai loro paesi. Al contempo noi denunciamo le violenze contro i religiosi e i fedeli cristiani che pagano con la vita l’impegno e la fedeltà a testimoniare la propria fede. La presenza dei cristiani si va assottigliando sempre più: dalla prima guerra mondiale circa 10 milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare dal Medio Oriente. Una fuga simile alla cacciata degli ebrei sefarditi che, da un milione prima della nascita dello Stato di Israele, si sono ridotti a 5 mila. Invitiamo pertanto tutti gli uomini di buona volontà , al di là della loro fede, etnia e cultura, partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà mercoledì 4 luglio a Piazza Santi Apostoli a Roma alle ore 21. Sarà una grande manifestazione per la vita, la dignità e la libertà dei cristiani e per il riscatto dell’insieme della nostra civiltà umana.

 

Per aderire all’appello e alla manifestazione inviare email agli indirizzi info@salviamoicristiani.com o salviamoicristiani@gmail.com oppure telefonando al numero 338 7113421

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Happy Fourth of July.

4 Luglio, 07 · Nessun Commento

Two hundred thirty-one years ago, 56 brave men signed their names to a bold creed of freedom that set the course of our Nation and changed the history of the world. On this anniversary, we remember the great courage and conviction of our Founders, and we celebrate the enduring principles of our Declaration of Independence.

Through selfless sacrifice and unrelenting determination, the patriots of the American Revolution ensured that our Nation’s claim to liberty and equality would not be dismissed or forgotten. The ideals they fought for and the country they helped establish are lasting symbols of hope to the entire world.

Our commitment to America’s founding truths remains steadfast. We believe that freedom is a blessing from the Almighty and the birthright of every man and woman. As our Nation faces new challenges, we are answering history’s call with confidence that our legacy of freedom will always prevail. On Independence Day, we express our gratitude to the generations of courageous Americans who have defended us and those who continue to serve in our country’s hour of need, and we celebrate the liberty that makes America a light to the nations.

Laura and I wish you a Happy Fourth of July. May God bless you, and may He bless our wonderful country.

GEORGE W. BUSH

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Bindi, Castagnetti e la loro Bose

3 Luglio, 07 · 1 Commento

Invece di dire che Pd vogliono, dicono ai vescovi come deve essere la Cei
Rosy Bindi e Pierluigi Castagnetti hanno riunito i loro amici politici nel convento di Bose per discutere e pregare per il Partito democratico. Il tema avrebbe dovuto essere, secondo le indicazioni della vigilia, una riflessione sulla presenza cattolica in questa nuova formazione che secondo pareri autorevoli, come quello dell’ex segretario della Cisl e organizzatore della giornata della famiglia Sabino Pezzotta, non sarebbe adatto ad accogliere questa esperienza. Invece Castagnetti ha voluto caratterizzare la sua riflessione con un attacco frontale alla Conferenza episcopale italiana e al vicario del Papa a Roma, accusandoli di aver “prodotto una rappresentazione obbligata dell’unità cattolica”. La titolare del ministero della Famiglia ha rincarato la dose, rammaricandosi di non aver avuto la “radicalità evangelica per dire ai vescovi: così non si fa”.
Insomma l’obiettivo degli amici di Bindi e Castagnetti non è quello di far valere il magistero della chiesa nel dibattito politico e, per quel che li riguarda, nel Partito democratico, ma il contrario, imporre alla chiesa una visione che la faccia finita col “ruinismo” e costruisca un nuovo rapporto di collateralismo con l’ideatrice dei Dico.
La radicalità “evangelica” nel dire no al magistero della chiesa è una cosa seria, l’idea di piegare la gerarchia ecclesiastica agli interessi politici di una minuscola corrente di un partito ancora in formazione, che tra l’altro insegna la coerenza attraverso Marco Follini, invece seria non lo è.

editoriale de IL FOGLIO del 03/07/2007

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Libri per l’estate

2 Luglio, 07 · 6 Commenti

Ho appena finito di leggere i primi due volumi. Assolutamente avvincenti. Paragonabili a quest’altro libro che mi era piaciuto da morire. Per chi è amante del genere, come me, assolutamente da non perdere. Grazie a Elio Dogh. per il consiglio di acquistarli.

   

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