
Non me ne vorrà Sorvy, ma vedo che anche qualche altro sorvegliato è d’accordo con me, e allora ribadisco: Francesco “Epurator” Storace è il migliore di tutti.
Non vorrei dilungarmi in fatti personali, ma ho anche avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, e di vedere in lui un uomo totalmente integro ed innamorato della verità. Anzi, consiglio a chi volesse sapere che razza di ragazzo era, e che uomo è rimasto, di leggersi il bellissimo libro Cuori neri di Luca Telese, dove la storia personale di Storace (ed altri pochi eroi) fa da contraltare a quella bigia e meschina di altri giovani di pseudodestra fra cui “Er Caghetta” Gianfranco Fini.
Lo sappiamo, è fascista. E non si vergogna di dirlo: anzi, aspettando di essere ricevuto nell’anticamera del suo studio da presidente della regione Lazio, vidi che su un tavolino faceva bella mostra di sé un bel capoccione predappiese. E quindi? Qualcuno vuole seriamente sostenere che quest’uomo costituirebbe un serio pericolo di restaurazione del Regime? Di quel regime? Ma va là.
Il vero regime è quello degli intoccabili della repubblica, dei campioni della doppia morale, dei depositari della tolleranza e del garbo istituzionale, degli eletti bagnati nel Giordano della democrazia. Come Santoro, che a chi critica la sua vergognosa trasmissione risponde: “Accetto le critiche ma tu non puoi criticarmi”. Cioè, io sono democratico, ma voi non provatevi a rompermi i coglioni. O come il guitto Dario Fo, che davanti al suddetto Santoro, dopo che il suddetto Storace ha spiegato perché nelle moschee italiane bisognerebbe predicare in italiano, dice: ma stiano zitti i cattolici che il Papa ha imposto loro la messa in latino, e giù applausi e risa del pubblico prezzolato, e vignette e sorrisetti dei giullari di corte.
Balle e violenza.
Quel porco di Fo mise addirittura in giro la voce che Storace era in realtà nipote del gerarca Achille Starace, e per vergogna aveva fatto cambiare la vocale del cognome.
E la di lui moglie, ve la ricordate? Vedendo Francè in Senato disse: non gesticoli tanto e impari a tenere le mani ferme, che deve abituarsi alle manette. Roba da impallidire, ma nessuno fiatò: in fondo, la vecchia Rame è una paladina della democrazia, della cittadinanza, della libera espressione del pensiero, cribbio!
Balle e violenza.
Ballista e violento: questo è il vero totalitarismo dell’intellighenzia progressista, laicista ed elitaria a cui nessuno, dico nessuno, ha mai avuto il coraggio di dire fino in fondo: andate a farvi fottere.
Bene, sentite adesso di cosa stiamo parlando.
Sul suo blog Storace.it (pensate un po’, su un blog… come quei cento blog italiani in cui si scrive che il ministro della giustizia è un farabutto e un figlio di mignotta, per non parlare dei blog sul premier Berlusconi, ma vuoi mettere…), il Nostro pubblica: “In modo goliardico i nostri giovani stanno recapitando delle stampelle nelle abitazioni dei senatori a vita. Ormai è un dato di fatto che siano delle stampelle della maggioranza e che il paese, e il futuro dei giovani, sia nelle loro mani. Gliele stiamo recapitando anche con l’auspicio che le usino in occasione delle votazioni e per non essere così veloci a soccorrere un governo in crisi, in barba a ogni comportamento super partes che dovrebbero tenere”.
In verità, nessuno si caga (giustamente) siffatta uscita, ma la vecchia Montalcini non ci sta, e sull’house organ del pensiero unico (Rep), scrive una lettera in cui, con la consueta retorica, scarica l’asso:
esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché queste manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria.
Questo è il punto; nessun commento al merito, neppure di una battuta, ma il solito messaggio: zitto, fascista di merda!
Ma è il Nostro a non lasciarsi intimidire, ed a rispondere (sempre via blog, perché di quotidiani al servizio suo non c’è più nemmeno Il Secolo):
“Non pretendiamo che alla nobile e veneranda età di 98 anni ci sia capacità di ironia, pur se nel pieno delle facoltà mentali, come rivendica oggi Rita Levi Montalcini, chiamata da Repubblica a difendersi da stampelle inesistenti. Questa gagliarda signora non è solo la ricercatrice che abbiamo conosciuto, bensì si è trasformata nello strumento micidiale di sostegno del governo Prodi, diventando, così, persona di parte. Perciò, anche lei dovrà tenersi tutte le critiche più dure. Tra i privilegi dei senatori a vita non è prevista l’immunità per essersi schierati pregiudizialmente da una parte. La democrazia (udite! udite!) è consenso. Questo governo non ha il consenso dei cittadini, ma lo estorce in Parlamento, grazie a questi signori. Altro che totalitarismo”.
Scandalo, bufera, guerra civile: come osa il fascista di merda sostenere che la Scienziata farebbe da stampella al governo Prodi? È mai successo che al Senato ci sia stata la maggioranza per un voto dei senatori a vita? E allora come si permette questo indegno rappresentante del popolo che in realtà è diretto discendente del regime “di triste memoria” di sollevare la manina ed obiettare? E il capo dello Stato, quello che non dice una parola di fronte al Senato fermo da nove mesi (controllare sul sito internet la data dell’ultima legge approvata), si straccia le vesti con un pezzo da novanta del miglior repertorio da sceneggiata napoletana.
Che schifo!
Per fortuna, ieri Storace non ha risparmiato le ulteriori repliche, né alla pletora dei democratici veri, né al coniglio bianco in campo bianco, né agli sdegnati senatori a vita; ma il vero dramma è che nessuno, dico nessuno, si è levato in difesa della sua libertà di parola. Ed anzi, abbiamo assistito a pagine che dovrebbero far ridere se non ci fosse da spararsi un colpo in fronte: come Bertinotti che dichiara che Storace è estraneo allo spirito della Repubblica (e quale sarebbe questo “spirito”? Quello che lui predicava sul sito resistenze.org, andatevelo a leggere…) o Emilio Colombo che sul Corsera di oggi dichiara: ma quali stampelle, io vado avanti benissimo da solo (eh già, lo sappiamo bene come fai a tirare avanti!).
Ma è meglio ridere, e non scandalizzarsi; come diceva Alfonso de’Liguori, la sola virtù dell’uomo è l’ironia, e dunque, per chiudere con ironia, beccatevi tre monumentali uscite di Storace che resteranno scolpite, come pietre miliari, nella storia politica di questo Paese che per fortuna è ben più grande dell’Italietta sussiegosa ed egualitaria che vorrebbero darci da bere lorsignori.
1) Elezioni 1994. Alla giornalista di Samarcanda che insinuando divisioni nel Polo gli chiede con fare saccente Cosa succede domattina? lui risponde serafico: “Succede che Santoro se deve cerca’ un lavoro”.
2) Primavera 2002. Maggioranza di centrodestra in fibrillazione per i frequenti voti contrari della Lega, capitanata dal capogruppo Marco Cè. Storace alle agenzie: “Mo’ ‘sto Cè m’ha rotto i cojoni. Se continua così, fra un po’ dovranno chiamarlo C’era”.
3) Maggio 2007. L’Annuncio di un giorno nuovo: Walter Veltroni si candida a nuovo capo del partito democratico. La giornalista piazza il fatidico microfono al Nostro e chiede: che prevede? Il mitico: “Prevedo che se ne resta in Italia, dunque grandi feste in tutta l’Africa”.
Daje, Francè!
Estiqaatsi