Solo il buono scuola può salvare l’istruzione.

 

da Libero, mercoledì 11 luglio, p. 14, Solo il buono scuola può salvare l’istruzione (A. Martino)

La scuola italiana è in crisi. Questa non è un’opinione, è un fatto noto a chiunque abbia un minimo di familiarità con il nostro sistema scolastico. In particolare, il sistema attuale è inefficiente, intorpidito e allergico al cambiamento; preoccupato più di tutelare gli interessi e i “livelli di occupazione” degli insegnanti anche se incapaci (spacciando il tutto per difesa della “libertà d’insegnamento”) che non quelli degli studi e degli studenti; liberticida, perché tende a imporre all’intera collettività programmi scolastici uniformi dettati dall’alto, e fortemente iniquo sotto il profilo sociale, perché nega ai meno abbienti la possibilità di scegliere la scuola per i propri figli.
Si può rimediare al deplorevole degrado della scuola italiana, se si accetta che il suo obiettivo principale è quello di promuovere un’istruzione di qualità per il maggior numero di giovani. La soluzione è offerta da una proposta rivoluzionaria dovuta a Milton Friedman che ne ha fatto il cavallo della sua ultima battaglia in tema di finanziamento, che finora non è stata sperimentata per l’opposizione dei sindacati degli insegnanti e dei burocrati scolastici. Vediamo di chiarire.
Quando si parla di finanziamento “pubblico” della scuola, è importante non dimenticare che due sono gli elementi essenziali di tale sistema, ed è bene tenerli distinti: la scuola viene finanziata con imposte gravanti sulla generalità dei contribuenti (anziché su rette scolastiche pagate dagli utenti); i proventi dell’imposizione vanno alla scuola direttamente (e non alle famiglie). Tali elementi vanno tenuti distinti, perché la soluzione ottimale del problema del finanziamento va ricercata nel mantenimento del primo e nella modifica del secondo elemento. In base alla proposta del “buono-scuola”, ogni alunno in età scolare riceverebbe dallo Stato un buono di valore pari al costo medio di fatto sopportato dall’erario per l’istruzione pubblica, che, personale e non negoziabile, potrebbe essere “speso” presso qualsiasi scuola, pubblica o privata.
Ogni singola scuola dovrebbe essere gestita nel rispetto di un bilancio autentico, senza finanziamenti “a piè di lista”.
Scomparirebbe così la fuorviante distinzione fra scuola “pubblica” e scuola “privata”, che sembra suggerire che la scuola pubblica ispiri la sua attività a esigenze di carattere generale, mentre la scuola privata indirizzi la sua opera al soddisfacimento di interessi limitati, se non addirittura alla ricerca del tanto deprecato utile privato. In realtà, è molto più pubblica, molto più utile alla collettività, una scuola non statale efficiente, di quanto non sia una scuola statale inefficiente. Quest’ultima è assai spesso “privata”, nel senso che la sua esistenza soddisfa solo interessi di singoli insegnanti incapaci a spese e danno dei giovani, delle loro famiglie e della collettività tutta intera.
Sopravvivrebbe l’unica distinzione rilevante in materia di scuole: quella fra scuole serie, statali o meno, e scuole poco serie. Le prime sono “pubbliche” per definizione, perché la loro attività soddisfa un interesse generale, le seconde rappresentano solo una passività per il Paese, che non potrebbe che avere benefici dalla loro eliminazione.
Nel sistema del buono-scuola, le scuole che riuscissero a soddisfare meglio le esigenze dei giovani, conquistandosi una reputazione di serietà, vedrebbero le loro entrate accrescersi e sarebbero in condizione di espandersi; le altre dovrebbero migliorare la qualità dell’insegnamento per non correre il rischio di restare senza studenti. Gli insegnanti più motivati e qualificati sarebbero molto richiesti e vedrebbero i loro stipendi crescere a ricompensa della loro professionalità e del loro impegno, quelli meno solerti o qualificati avrebbero un incentivo a impegnarsi di più, pena la loro esclusione dall’insegnamento. Alle scuole verrebbe consentito, nel rispetto di standard minimi e non discriminatori predeterminati, di adeguare i programmi alle esigenze dei giovani e a quelle della vita e del nostro mondo in continua evoluzione.
Un tale sistema garantirebbe la libertà di scelta a tutti, anche ai meno abbienti, senza aggravi di spesa per lo Stato e con vantaggi in termini di equità. La concorrenza fra scuole, resa possibile dall’estensione della libertà di scelta a tutti, fornirebbe un incentivo a una maggiore efficienza del sistema scolastico, Infine, la più ampia libertà di scelta e la concorrenzialità del “mercato dell’istruzione” costituirebbero adeguata garanzia contro i rischi dell’indottrinamento, tutelando la libertà.
“Privatizzazione” della scuola, dunque? Direi meglio liberalizzazione della formazione dei giovani e responsabilizzazione di questo che è il settore più importante per il futuro della società. Il “buono” segnerebbe la fine del monopolio pubblico nel campo dell’istruzione.
Non dimentichiamo che il sistema statalista o napoleonico (come lo chiamava Einaudi) non può garantire libertà di scelta a tutti, come confermato, fra l’altro, dal fatto che esso è caratteristico dei regimi totalitari e di tutte le dittature. Il buono scuola costituirebbe il rimedio efficace al problema, senza oneri per lo Stato. Criticare lo statalismo in generale e poi rifiutarsi di prendere in seria considerazione le alternative possibili ai guasti da esso prodotti è pura ipocrisia

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