L’erede. Ma c’è tempo…

 

DA LIBERO di oggi.

«Palazzo Chigi? Perché no? Ma solo con Silvio al Quirinale» (B. Romano) Noi pensavamo d’incontrare il presidente della Regione Lombardia. Invece è Bobbi Mani di Forbice che abita qui al trentesimo piano del Pirellone. Uno che taglia con gesto secco delle dita tutte le questioni personali. Guai a parlare del suo voto di castità. Zero. Inutile chiedergli della sua verginità.
Niente. Proibito indagare sulle sue ex e attuali fidanzate. Zac. Roberto Formigoni è disposto a discutere solo di politica.
E politica sia (per il momento), ma non è stanco di stare in panchina in attesa che Berlusconi passi il testimone?
«In panchina? Venga qui a vedere se è una panchina questa. La Regione Lombardia è la posizione istituzionale più importante che in questo momento il centrodestra ricopra. Più in alto di questa ci sono solo il posto del presidente del Consiglio e un paio di ministeri: Interno e gli Esteri».
Cui lei ambiva, durante il governo Berlusconi, e che non ha ottenuto.
«Noi ho mai ambito nel passato, potrei ambire per il futuro. Ma la Regione Lombardia non è una panchina. Gli altri ministeri, con tutto il rispetto per i ministri, valgono meno della presidenza della regione Lombardia. Io credo che questa volta si andrà a votare nel 2009 e il candidato sarà ancora Silvio Berlusconi» .
E se si votasse nel 2011, lei sarebbe in pista per leadership?
«Finché c’è Berlusconi, spetta a lui la scelta del leader. Ma lui oggi mi sembra in forma e a cavallo. Alle politiche del 2009 io rasi candiderò. Se noi non facciamo scemenze, il centrodestra potrebbe vincere. A quel punto valuteremo insieme se dovrò andare a Roma a fare il ministro o restare qui. Una cosa è certa: sarà Berlusconi a fare il presidente delConsiglio e nel 2013 potrebbe benissimo succedere a Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica».
Così si toglie di torno e si libera il posto per lei.
«Se Berlusconi andrà al Colle io ambisco a far parte della squadra in cui si sceglierà il successore».
E chi lo dovrà scegliere?
«Sarà scelto dal consenso popolare attraverso le primarie. Non sarà possibile un altro modo».
Non lo deve scegliere Berlusconi il suo delfino?
«No, non lo deve scegliere e non lo può scegliere lui, perché gli elettori chiedono di poter decidere loro chi sarà il nuovo leader del centrodestra. Diversi dì noi avrebbero buone chances. Ho grande stinga di persone come Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti…»
Di Michela Brambilla, no?
«Posso aggiungere la Brambilla?».
Troppo tardi.
«Voglio aggiungere Michela Brambilla! Per di più siamo conterranei, lei è lecchese come me».
Non è credibile.
«Davvero, secondo me la Brambilla ha dei numeri».
In che senso?
«È una caparbia e tenace come me. Ha avviato i Circoli delle libertà, fuori dall’organizzazione partitica, con un taglio che aggiunge qualcosa al centrodestra. Per questo piace a Berlusconi».
Male! quand’è che ha conosciuto il Cavaliere?
«Molto prima di tutti quelli di Forza Italia».
Cioè quando?
«Ero appena arrivato a Milano, nel ’75. Lui era un giovane imprenditore, io ero il giovanissimo leader di Movimento popolare. Ci siamo incontrati, “usmati” (annusati, ndr), ci siam subito presi».
Già nel ’74 Berlusconi pensava alla politica?!
«Certo. Diede vita a dei seminari di formazione politica rivolgendosi a me, a Rocco Buttiglione, ad Angelo Scola, oggi patriarca di Venezia. Questo corso era un po’ “il bisnonno di Fi”.
Che rapporto ha lei con Berlusconi?
«Io e lui ci diamo del tu da più di trent’anni, questo ha sempre generato parecchia invidia, io sono uno dei pochi a potergli dire tutto in faccia. Il nostro rapporto è sempre stato di grande sincerità reciproca».
Cioè, vi mandate sinceramente a quel paese.
«Certo, ci sono anche momenti in cui siamo in dissenso totale.».
Vi siete fatti parecchi dispetti! alle ultime politiche lui cercò di candidare Marcello Dell’Utri al suo posto e due mesi dopo, per ripicca, lei disse che Berlusconi non è adatto a diventare leader del Ppe.
«Come tra amici ogni tanto ci punzecchiamo».
Quel è il difetto che non può soffrire di Berlusconi?
«È difficile dire quale…».
Perché ne ha troppi?
«Onestamente, dal punto di vista politico…».
Umanamente?
«Quando decide di raccontartela è molto bravo. Ma io gli dico: Silvio, a me non mela conti. Discutiamo sulle sue scelte opinabili».
Tipo?
«Sul metodo elettorale, lui alla scuola di formazione ha detto che la legge elettorale si può correggere in due modi: o tenendo quella che c’è e correggendo il premio di maggioranza al Senato, o facendo un sistema proporzionale con sbarramento. Questa seconda, su cui io sono d’accordo, nasce dalle lunghe conversazioni che abbiamo avuto, io e lui, che all’inizio era contrario al sistema proporzionale».
Lei è la sua musa ispiratrice.
«Non la musa».
Una delle muse.
«Sì, sono una delle persone con cui parla di politica. Ma lui se non è convinto non la vinci mica».
Ma sul partito unico di centrodestra lei non l’ha spuntata, Berlusconi per ora non ne vuole sapere.
«Neanch’io ne ho voglia adesso. Il partito unitario è l’obiettivo a cui tendere, però dobbiamo starci tutti. Se accelerare significasse perdere un pezzo, per esempio l’Udc, sarebbe un errore clamoroso».
Berlusconi dice che ormai può fare a meno dell’Udc.
«Io penso, invece, che non dobbiamo rompere con Casini. È del centrodestra e sono sicuro che non tradirà mai. Ha una diversa sensibilità. Ma guaì se non facessimo la fatica di trovare una sintesi nuova».
A proposito, cos’ha provato quando Berlusconi, riferendosi alle cose che dice Prodi, ha pronunciato la parola “stronzate” alla sua scuola di formazione?
«La parola non è molto british, ma considerato il contesto, quel termine ci stava».
Con Berlusconi non siete d’accordo neppure su Saddam. Quando lui lo paragonò a Hitler, lei protestò.
«Saddam era un dittatore, ma continuo a ritenere che la guerra all’Iraq è stata sbagliata. Sono convinto che anche Bush, se potesse, tornerebbe indietro».
Quando, dopo l’11 settembre, un aereo si schiantò sul Pirellone, lei cosa provò?
«Io ero in India. Appena sbarcato a Bombay, mi avvertirono di cosa stava accadendo a Milano e ci sintonizzammo subito su tre tv, fu impressionante la similitudine con le Due Torri. Pensammo subito all’attentato terroristico. Ma poi telefonarono sia Ciampi che Berlusconi per dirmi che si trattava di un folle gesto suicida».
Tornando a Saddam, secondo la Commissione d’inchiesta Onu sullo scandalo “Oil for food”, la sua amicizia con lui le avrebbe fruttato numerose partite di petrolio.
«Ma quale amicizia! L’ho incontrato una volta sola, il 6 dicembre del ’90, quando ero vicepresidente del Parlamento europeo. Organizzai una delegazione per andare a chiedere la liberazione di 350 ostaggi italiani che Saddam minacciava di usare come scudi umani».
Perché andò proprio lei?
«Perché erano già stati li tutti, americani, francesi, inglesi, senza ottenere niente. Quindi me ne assunsi io la responsabilità ed ebbi un tempestoso colloquio di tre ore con Saddam».
Cosa vi siete detti?
«Lui entrò vestito da militare, prese la pistola e la mise sul tavolo. In quella conversazione un po’ kafkiana gli dissi che era pazzo a usare gli ostaggi».
E lui?
«Era un dittatore, però stette lì tre ore ad ascoltarci e a dirci le sue… stronzate. E alla fine accettò di liberare gli ostaggi. Io telefonai subito all’allora ministro degli Esteri De Michelis dicendo: “Dovete inviare un jumbo, perché ci sono 350 persone da portare indietro”. Non ebbi l’impressione che fossero entusiasti del mio successo».
Faccia capire: il governo ce l’aveva con lei perché aveva liberato gli ostaggi italiani?
«Altroché. Tant’è vero che noi eravamo pronti a decollare dall’aeroporto di Bagdad alle sei del mattino e ci fecero aspettare 20 ore per farci arrivare dopo mezzanotte, quando le tv ormai se n’erano andate, perché, mi si disse, non potevano sopportare che andasse in onda sui tg il trionfo della nostra missione».
E lo yacht che lei avrebbe comprato con il petrolio iracheno è tutta un’invenzione del Sole 24 Ore?
«Dopo la prima Guerra del Golfo, le Nazioni Unite lanciarono la famosa campagna “Oil for food”, invitando tutto il mondo a comprare petrolio dall’Iraq versando i soldi all’Onu, che avrebbe inviato là medicinali e cibo. Campagna che io rilanciai presso le aziende lombarde. Con quello che poi queste aziende fecero con il petrolio iracheno, io che c’entro?».
Pare che lei sia un vanitoso.
«Molto vanitoso», ride.
Non è per vanità che si è candidato al Senato avendo un ruolo ben più prestigioso alla Regione, solo per misurare quanti voti avrebbe preso?
«Mi sono candidato al Senato perché ritenevo mio dovere dare una mano al centrodestra conoscendo il consenso di cui godo in Lombardia, dove ho trascinato Fi a un +2%».
Non pensa di aver tradito i suoi elettori dimettendosi da senatore?
«No, perché già candidandomi dissi che avrei scelto se restare a Roma o tornare in Lombardia ascoltando i cittadini. Una volta eletto, lanciai un referendum tramite Radio Formigoni e mi dissero rimani qui».
Ma lei non aveva anche tentato di farsi fare una legge ad hoc che rendesse compatibili i due ruoli pur di candidarsi al Senato?
«Non è vero, ma io, come molti, ritengo che bisogna rendere compatibili le cariche».
E adesso non sta tentando di cambiare lo statuto della Regione per candidarsi la quarta volta?
«Non c’è bisogno di cambiare lo statuto. La verità è che non ho ancora deciso se candidarmi o no. Lo deciderò al tempo opportuno».
Vero che si sente unto dal Signore?
«Questo linguaggio non mi appartiene».
Allora perché la chiamano il ‘Celeste’?
«Solo un consigliere regionale una volta mi chiamò così e io l’ho già malmenato per questo. Gli amici veri da ragazzo mi chiamavano “Bobby”, con la tripla “b”, o “presidente”. Questo mi piaceva di più».
Quando ha scoperto la fede?
«Sono nato in una famiglia cristiana, quindi sono stato educato cristianamente, soprattutto da mia madre, ma mio padre non si è mai opposto. Poi ho riscoperto la fede cristiana in maniera più matura con Comunione e liberazione, che allora si chiamava Gioventù studentesca, incontrai il movimento negli anni delle superiori a Lecco e non l’ho più lasciato».
Quando incontrò don Giussani?
«Lo incontrai personalmente all’università, alla fine degli anni ’60».
Ricorda il suo primo incontro col don Gius?
«Ricordo numerosissimi incontri con lui. Quello che mi entusiasmava di don Giussani era il suo modo di presentare il Cristianesimo come fatto vivo. Non ridotto al rispetto dei comandamenti, ma come un’esperienza appassionante che interessa all’uomo, che lo afferra e gli spalanca la vita rendendogliela estremamente più affascinante. Per questo io posso dire di essere cristiano, perché dentro il Cristianesimo ho trovato una proposta per me, enormemente più convincente di tutte quelle che circolavano. Perciò non sono diventato né marxista né edonista».
Allora perché ha fatto la tesi su Marx?
«Perché mi interessava conoscere gli avversari. In Cattolica, la mia fu una delle primissime tesi su Marx, perché era sconsigliato studiarlo. Ma io volevo conoscerlo e scelsi una parte poco approfondita: il Marx giovanile, studioso di Epicuro. Ci lavorai due anni e mi laureai l’11 novembre del 1971 con 110 e lode».
Come concilia la sua fede con la realpolitik?
«C’è una profonda contigtùtà tra fede e politica. La religione cattolica non separa l’uomo dal mondo, anzi. La fede è un metodo di conoscenza del mondo. Don Giussani ci ha insegnato che fede e ragione sono due modi di conoscenza della realtà che si integrano a vicenda. La politica, che è una parte del mondo, è illuminata dalla ragione e dalla fede. Per questo mi appassiona, perché mi permette di conoscere la realtà e di agire su di essa».
Quando ha deciso di diventare un laico consacrato entrando nei Memores domini?
«A 22-23 amni».
Come mai ha preso questo decisione?
«A lei cosa importa?».
Lei vive in una cassa di Memores in cui vige una regola molto fitta di preghiere. Come fa a conciliarla con la sua agenda di governatore?
«Per lo meno inizio la giornata con un segno di croce, un Angelus, e la termino con un breve esame di coscienza e una preghiera alla Madonna. Evidentemente, cerco di fare anche qualcosa di più. Ma nelle giornate veramente molto impegnate almeno questi due momenti li salvo sempre.
Lei ha fatto voto di castità.
«È una scelta».
Tempo fa ha tenuto a precisare che per lei il voto di castità è stato una scelta, a differenza di Rosy Bindi.
«Oh Signore, per carità, era solo una battuta. Ho già litigato a sufficienza con Rosy Bindi».
È cambiato qualcosa da allora?
«Cosa intende?»
Giro la domanda: è ancora vergine?
«Non intendo rispondere»,
Qual era il suo rapporto con l’universo femminile prima di entrare in Cl?
«Sono entrato in Cl giovanissimo, il mio rapporto con l’universo femminile, sia prima sia dopo, è stato normalissimo».
Che rapporto aveva con sua madre?
«Splendido, lei si lamentava solo del fatto che parlavo poco. Avevo un carattere abbastanza chiuso, mia madre faceva un po’ fatica a tiranni fuori le cose, a volte doveva usare la tenaglia».
Tale e quale a oggi.
«Allora ero molto più timido».
Con suo padre andava d’accordo?
«Lo vedevamo poco, perché la mattina partiva col treno delle sette e la sera tornava con quello delle otto e mezzo. Era severo. Ricordo ancora le lotte per ottenere le chiavi di casa».
Suo padre era fascista?
«Sì, ma io usai questo fatto a mio vantaggio».
Cioè?
«Io che alle nove di sera volevo andare agli incontri di Gs e poi di Cl, quando lui non voleva farmi uscire, gli dicevo: tu che hai fatto la marcia su Roma a 18 anni, ma che cavolo veni a dire a me che non posso rientrare a mezzanotte?»
A che età ha ottenuto poi le chiavi?
«Negli ultimi anni del liceo. Ho dovuto aprire la strada a mio fratello e a mia sorella. Gliel’ho sempre detto: comoda la vostra vita, ho dovuto farle io le battaglie fondamentali di emancipazione».
Vero che quando era al liceo ha fatto un corso da pilota con Roberto Castelli?
«Insieme a Castelli e a Giorgio Moggi, che è stato assessore della giunta Albertini. Eravamo compagni di classe alle medie e al liceo. Dopo la fine della prima liceo (a 16 anni loro e a 15 io, perché sono andato a scuola a cinque anni), andammo a Gorizia su invito dell’Aeronautica a farci una settimana divertentissima di corso per aviazione, terminata con un volo di mezz’ora su un piper che abbiamo guidato noi».
Chi era il più bravo di voi tre?
«Io ovviamente. Ma Castelli era più bravo di me a pallacanestro: era il playmaker della nostra squadra al Manzoni».
Lei era un secchione a scuola?
«Mai. Anche se sono sempre andato decisamente bene, non sempre ero il primo della classe. C’è stato uno di cui ricordo nome e cognome, ma non glielo dirò mai, che per tre anni era lui il primo e non io».
Questo le dava molto fastidio.
«Molto, molto, molto, no», sospira, «un po’ sì. Anche alla maturità che demmo nel 65 arrivai secondo, sempre dietro questo signore qui. Quando poi divenni parlamentare e presidente di Regione, mi sono tolto la soddisfazione».
Questa sindrome del primo della classe mancato ce l’ha pure con Berlusconi?
«Perché io avrei la sindrome del primo della classe?».
Che lei ambisca da sempre alla leadership del centrodestra lo sanno pure i sassi.
«Nella classe del centrodestra Berlusconi è il primo. Forse io sono il secondo. Ce ne sono anche altri che ambiscono ugualmente alla leadership».
Ma lei è più uguale degli altri.
«No, ma è una gara interessante, aperta. Una delle cose che ho imparato in politica è che quando si è bravi bisogna farsi perdonare di esserlo. E io ho molto da farmi perdonare».

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3 risposte a “L’erede. Ma c’è tempo…

  1. Intervista bellissima, soprattutto quando parla di CASINI e di SADDAM.
    Grande Formigoni.

    Greg

  2. …e perchè quando parla di “io capo del governo? si, ma solo con Silvio Presidente della Repubblica”.
    Grandissimo Formigoni.

    Sorvy

  3. A proposito del voto di castità, c’è un altro amico carissimo che è venuto meno a tale voto e che a breve si sposa!!!!
    Per sapere il nome occorre chiamare sul mio cellulare e concordare il prezzo dello scoop (almeno per me è stato tale).

    Greg

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