Come Omaha Beach

Ma perché solo l’America sa cogliere il senso di quattromila soldati morti per il nuovo Iraq?

C’è una cosa che in Italia non è stata spiegata bene sulla guerra in Iraq. E’ questa. Nessun altro avrebbe potuto fare quello che hanno fatto i quattromila soldati americani morti laggiù. Nessun altro appartiene come loro a uno sforzo militare così grande e così organizzato; nessuno come loro aveva un senso così alto di sé e della propria missione; nessuno come loro ha vissuto, lavorato e combattuto a un livello di dignità così alto sul resto delle cose che in America gli avversari politici e i critici più duri dell’Amministrazione Bush e della guerra inorridiscono giustamente soltanto all’idea di offendere l’esercito. Eppure qui i giornali raccontano l’opposto, raccontano di una generazione perduta di soldatini ventenni cascati per sbaglio dentro un errore così più grande di loro, un’operazione militare che secondo i piani si doveva concludere entro pochi mesi e invece si è trasformata in un vortice, in un tritacarne, che risucchia vite di civili e di soldati mese dopo mese, anno dopo anno, attentato dopo attentato. Raccontano di reclute fresche e bisognose, che magari vengono da Portorico o dal Messico e vanno a combattere soltanto per conquistarsi la cittadinanza americana, o sono già americane ma nella vita non hanno più vie d’uscita – anche se hanno soltanto vent’anni – e il modo più veloce per fare dollari passa attraverso il centro di arruolamento più vicino. Raccontano di soldati che muoiono senza avere capito perché stanno combattendo. In realtà sono i giornali a non aver afferrato molto di che cosa succede in questa guerra. Basta dire che pochi giorni fa, all’anniversario del quinto anno, il Corriere ha scritto che i morti civili in Iraq sono più di un milione; e ieri invece il bravo Mario Calabresi su Repubblica, che pure non può essere accusata di simpatie marziali per la missione in Iraq, scriveva “novantamila vittime”: e poi che qualcuno “arriva perfino a parlare di mezzo milione”. Novantamila, mezzo milione, più di un milione. I due più grandi quotidiani italiani non sono d’accordo fra loro sul numero dei morti civili. Eppure se c’è un conflitto trasparente è quello in Iraq (quando la quota simbolica dei quattromila caduti è stata raggiunta le redazioni lo hanno saputo in tempo reale). I soldati americani in guerra sono diversi dal tipo descritto dai giornali, perché un tipo soltanto non c’è: ci sono tutti. C’è tutta l’America. S’incontrano soldati capaci di discutere mezz’ora se l’Economist sia una rivista migliore dell’Atlantic Monthly o se il New Yorker non batta invece tutti e due, mentre sotto di loro il blindato ballonzola sulle piste attorno ad Arab Jabour. S’incontra il parà dell’Airborne che ha mollato il lavoro di pilota civile d’aerei – e un sacco di dollari – per venire in Iraq. S’incontra il laureato in Storia appassionato di baseball e il gangsta latino di Los Angeles che mangiano con le mani a una tavola di poliziotti iracheni. Ci sono pure i soldati freschi da Portorico, in divisa per ottenere la cittadinanza? Sì, in genere sono quelli più contenti di essersi arruolati, c’è tutto, “facciamo anche un corso di lingua”, e dentro l’esercito sono già americani a tutti gli effetti. A Ramadi, nell’ex capitale in mezzo al deserto della guerriglia sunnita, c’è il capitano dei marine Kopka, che si occupa di rimettere in funzione il tribunale della città. Prima di arrivare a Ramadi era avvocato a Boston, la città più snob d’America. Che cosa pensano del paese? Tutti i militari sono ossessionati dal programma di ricostruzione SWET : Sewages, fogne, Water, acqua, Electricity, elettricità e Trash, la raccolta dei rifiuti. “Prima facciamo il lavoro, prima torniamo in famiglia”. I giornali non raccontano il tipo di guerra che si combatte in Iraq: uno schema diabolico. Dentro e fuori. I civili iracheni dentro, a tentare di ricominciare una vita normale all’interno di un perimetro sorvegliato vasto come un quartiere, come una città o come una provincia; e fuori i piccoli gruppi di fanatici, diretti da altri paesi, da capi arabi, egiziani, tunisini, che tentano di infiltrarsi per fare strage con le autobomba, i cecchini, i mortai. In mezzo, in cima al muro di guardia o sotto a pattugliare le strade, i soldati americani e iracheni, unica barriera di separazione tra la vita normale e la morte improvvisa. I quattromila che sono morti in questi cinque anni non sono il risultato imprevisto di uno sbaglio degli analisti di Washington. Non erano geopolitica maldestra. Erano professionisti – affrontavano rischi studiati per tutto il periodo del loro addestramento – e sono stati perduti nella guerra contro squadroni paramilitari della morte che fanno strage di civili. Se non ci fossero stati, nessun altro avrebbe combattuto al loro posto, e con le loro capacità, questa battaglia. Su altri fronti, ci sono soltanto lo stato di Israele e la Gran Bretagna, Europa, ma isolana.

di Daniele Raineri

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13 risposte a “Come Omaha Beach

  1. ma ‘sto daniele raineri dopo essersi raccontato ‘sta favola c’ha anche creduto, o si è limitato a farla credere ai lettori de foglio?

  2. Ciao Zappa, che piacere!

    Bentornato, mi ricordo di te.

  3. Irak: tomba dell’onore.
    Data: Friday, 16 March @ 00:00:00 EDT
    Argomento: Opinioni a confronto

    Anche la bruttura irrazionale della guerra e di tutte le guerre, esige l’onore.

    Rosario Amico Roxas

    Una nazione aggredita in forza di una serie di menzogne elaborate ad arte per convincere la popolazione dell’urgenza di quella aggressione; menzogne scoperte e riconosciute, ma non condannate da nessuno, accettate come un gioco delle parti dove è lecito tutto pur di agire indisturbati.
    Bombardato un esercito in fuga, distrutta una aviazione inesistente, affondata una flotta inidonea anche alla pesca; quindi missili intelligenti, bombe a grappolo con testate all’uranio impoverito riversate sulla popolazione civile, sui banchetti di nozze, nelle moschee il giorno della preghiera, contro autobus carichi di bambini e ragazzi che si recavano a scuola: il tutto per seminare terrore nella assurda convinzione di poter dominare l’intera popolazione attraverso il panico e la minaccia di nuove e sempre più drammatiche azioni punitive.
    La reazione inattesa e immediatamente posta all’attenzione del mondo intero affinché la condannasse; il terrorismo che ha sconvolto e distrutto l’Irak ha generato il terrorismo di difesa che si è trasformato in terrorismo di offesa.
    Allora incalza la reazione con un nuovo attentatore suicida: la macchina fotografica; quella macchina fotografica che ci ha mostrato la soldatessa Lynnie che tiene al guinzaglio un iracheno nudo, umiliato, dolorante per le torture subite; immagini degne di un film dell’orrore e del sadismo.
    Ma Lynnie non se ne cura, è la rappresentante di un cristianesimo (ha sostenuto di frequentare regolarmente la Chiesa) neoconservatore che entra in rotta di collisione con l’Islam in maniera violenta, disgustosa, oscena.
    In una logica che divide i colpevoli dagli innocenti, chi era il colpevole in quella foto, Lynnie che reggeva il guinzaglio o quell’anonima vittima torturata nel corpo e umiliata nello spirito, per aggiungere un ulteriore tocco di degradazione al suo destino.
    Le torture a Baghdad erano diventate una routine, ma alle torture si sono aggiunte le foto, per seppellire definitivamente il residuo dell’onore.
    Quelle foto non furono un “incidente di percorso” ma una programmata regia per raggiungere il punto di rottura in grado di esaltare la capitolazione degli sconfitti.
    Chi ha insegnato a Lynnie e al suo compare e agli altri criminali del carcere di Abu Ghraib a mettere in atto una così feroce tecnica di distruzione materiale e morale ?
    Bush non chiederà mai scusa al mondo arabo per questi crimini contro l’umanità, infatti insiste con l’incessante ritornello che si sarebbe trattato di un minuscolo gruppo non rappresentativo dell’esercito americano.
    L’uomo incappucciato con i fili elettrici legati alle mani è diventato, per quei popoli, un simbolo, ancora più significativo di quello delle Due Torri abbattute in un attentato che ancora attende di essere chiarito nei modi, nelle incongruenze e nelle false verità propinate.
    Anche nella sua irrazionale bruttura, la guerra esige l’onore:
    • un uomo quest’onore lo ha perso quando ha dovuto mentire al mondo intero per giustificarsi di un’aggressione neo-colonalista, camuffata come guerra preventiva contro i terroristi che avrebbero ordito l’attacco alle Due Torri;
    • l’onore lo ha perso l’esercito che usato mezzi sproporzionati contro un nemico inesistente;
    • l’onore lo ha perso il Congresso e il Pentagono che hanno permesso che oltre 3000 giovani americani morissero per una ingiusta guerra di conquista, al cui sfondo nereggia il petrolio.

    Ora rischia di perdere l’onore l’intera nazione che non sa imporre la volontà democratica di porre fine ad una mattanza inaudita, che ha anche stimolato una guerra civile pur di sfiancare il nemico.

    Questo Articolo proviene da La Famiglia Vincenziana nel Mondo
    http://www.famvin.org/it

    L’URL per questa storia è:
    http://www.famvin.org/it/modules.php?name=News&file=article&sid=3037

  4. Non mi trovo d’accordo quasi su niente di quello che dici, ma grazie per aver letto il post e risposto in maniera civile, appassionata ed educata.

  5. Ovviamente non sei d’accordo….
    Ma quei 4000 soldati, le loro famiglie, sono veramente così soddisfatti dell’evoluzione della loro storia ?
    Non necessito di ringraziamenti per aver usato modi “civili, appassionati ed educati”; quando si parla con il cuore non emergono mai formule aggressive, che corrispondono alle urla quando si parla.
    Ritengo che solo chi non ha nulla da dire e sa di non avere nulla da dire, usa i linguaggi dell’arroganza nello scrivere e le urla nel parlare.
    Ma la ragione non necessita di apparenze minacciose, o volgari, oppure aggressive, va descritta con pacatezza perchè induca alla riflessione.
    Guardati intorno in questa campagna elettorale, la peggiore alla quale ho mai assistito, e rivedrai le sagome di chi anela il potere fine a se stesso, per farne l’uso che gli è congeniale.

  6. Il rifiuto del modernismo occidentale nel mondo arabo

    Il senso della storia, la proiezione retrospettiva, la memoria del passato, il culto delle proprie origini come tasselli indispensabili per comprendere il presente, sono prerogative attive e produttive del mondo arabo, in tutta la sua estensione. Il solido legame con il retroterra ancestrale, ricco delle esperienze trascorse, consente il mantenimento in vita di quel cordone ombelicale che ogni arabo non ha mai reciso; l’affermazione più corrente che si può ascoltare da un arabo è quella di sentirsi legato, quasi prigioniero, alle sue radici.
    L’arabo è un membro di una famiglia o di una tribù di perenni nomadi, che vivono, da sempre, nello stesso deserto, grande quanto il mondo.
    Come nomadi per cultura vivono in un’oasi che sono pronti ad abbandonare quando l’erba si secca, ma portano dentro di loro il passato che non si cancella. E’ questa la loro soggettività sociale, il loro individualismo di popolo.
    La visione della vita acquista valore e profondità solo se osservata retrospettivamente: il presente come ineluttabile prosieguo del passato, propedeutico al futuro. Il passato acquista, così, la stessa valenza che hanno le fondazioni per un orgoglioso grattacielo, del quale possiamo intuire il futuro solo se ne conosciamo la consistenza del passato.
    L’attualità e il presente dimostrano la nostra esistenza, ma la nostra vita è dimostrata solo guardando indietro; lo sguardo verso il passato consente di tornare a vedere il nucleo stesso nel quale si è vissuto: la famiglia. Per questa ragione la “civiltà della famiglia” è così sentita nei popoli arabi, in quanto nella famiglia si concretizza la proiezione del passato; l’evoluzione di tale civiltà ingloba, quindi, il villaggio, la città, la nazione e infine il mondo arabo nella sahmajrjia, la fratellanza araba.
    Il modernismo si affida al progresso della scienza e della tecnica, ma mentre scienza e tecnica progrediscono, l’etica regredisce.
    E’ la ragione per la quale molti contenuti del modernismo occidentale vengono respinti dal mondo arabo. Si consuma un dramma esistenziale che non può trovare una soluzione se non si comprende la portata reale di quella cultura così radicata nel passato.
    L’Occidente-America, modernista e tecnologico, non è in grado di comprendere, per la sola ragione che non dispone di un proprio autonomo e antico passato che possa aver tracciato l’itinerario verso il futuro. Vige la regola dell’improvvisazione e delle scelte estemporanee, dettate da esigenze immediate, prive di programmazione, perché prive di una storia che li supporti. Il nemico di ieri diventa l’alleato di oggi e viceversa; gli eventi degli ultimi 50 anni dimostrano come la mancanza di una tradizione storica conduce ad un presente senza coerenza, stimolato solo dall’immediatezza delle scelte di comodo: dall’alleanza con lo scià di Persia alla sua destituzione, con l’accettazione dell’ayatollah Komeini, quindi la guerra contro Komeini per la quale fu incaricato, armato e protetto Saddam Hussein, all’alleanza con i talebani dell’Afganistan per contrastare le mire espansionistiche della Russia, tramite i buoni e ben remunerati uffici dello sceicco del terrore Bin Laden e del suo luogotenente il mullah Omar, quindi la cacciata dei talebani divenuti nemici distruggendo l’Afganistan e poi ancora la cacciata dell’ex-alleato Saddam, distruggendo l’Iraq e la nuova minaccia di un’altra azione bellica conto l’Iran e la Siria, quindi la caccia senza esito allo stesso Bin Laden che continua a gestire la strategia del terrore, favorendo e giustificando le reazioni.
    L’Occidente-America, privo di una sua storia, non può costruire la storia futura dell’intero pianeta, esso rappresenta la proiezione di tutto ciò che si oppone alla continuità tra passato e futuro, perché privilegia il pragmatismo del presente contro l’umanesimo della storia.
    Chi sono gli ayatollah, chi sono gli sciiti che, in pratica, hanno vinto la guerra irachena contro gli USA, trasformando gli occupanti in ostaggi ? La risposta è molto semplice: sono gli attuali alleati degli anglo-americani, contro i quali ben presto gli stessi anglo-americani si ritroveranno a dovere combattere, perché estromessi da ogni potere decisionale e dall’uso della forza nello scacchiere del petrolio. Riedizione degli errori commessi con i Talebani dell’Afganistan.
    L’Occidente-Europa potrebbe rappresentare un viatico verso un nuovo modello di reciproca comprensione; la storia, le tradizioni dell’Europa si mescolano con quelle del mondo arabo. Ma l’Europa è, ancora, troppo distante per potere sperare in una integrazione con il mondo arabo senza la pretesa di volerlo europeizzare, ma nello stesso tempo è troppo vicina allo stesso mondo perché questi possa dimenticarsi dell’Europa e sviluppare un proprio modello di vita. L’accettazione del modernismo, con tutto ciò che comporta sia in termini socio-economici che etici, comporterebbe l’accettazione di un modello che contrasta con le tradizioni antiche; da qui nasce la sconfitta araba davanti al progresso. La sconfitta fa parte integrante della cultura araba; gli eroi arabi sono spesso dei perdenti, da Annibale in poi. Accadde così anche nel Medio Evo, quando gli arabi conquistarono l’Africa, buona parte dell’Asia Minore e i paesi del Mediterraneo; successivamente alle conquiste arabe, l’Occidente, grazie alle scoperte che gli arabi non furono capaci di fare e, più tardi, grazie all’industrializzazione e alle conquiste coloniali, relegò il mondo arabo in un angolo della storia.
    La modernità e il modernismo, nell’immaginario collettivo del mondo arabo, divenne l’emanazione “del nemico”; se il progresso rappresenta l’emanazione del nemico, non resta loro altro che il passato e la tradizione, che si ergono come una torre d’avorio dove rinchiudersi per ritrovare la propria identità.

  7. Le paure dell’Islam

    Tutta una serie di quesiti sarebbero da porre a quanti si propongono come risolutori dei problemi inerenti i rapporti tra occidente e mondo arabo-musulmano; tentiamo di aprire un confronto, innanzitutto sulle paure che stringono in una morsa letale il mondo islamico; paure che non vengono capite e spesso neanche conosciute.

    Gli argomenti in agenda sono i seguenti:

    * Cos’è la paura islamica dell’Occidente ?

    * Quali sono le paure degli imam ?

    * Perché l’islam ha paura della democrazia ?

    *********************************

    1) Paura dell’Occidente

    Fin dai tempi pre-islamici il termine arabo Gharb, ha significato occidente, per indicare la geografia dell’ignoto, della notte che incombe sul giorno, dell’oscurità che fa paura perché incomprensibile.
    L’Occidente è il punto dove l’orizzonte inghiotte il sole e spinge avanti la notte con i suoi misteri e le sue paure: nell’islam tutto ciò che non si capisce fa paura; è questa la ragione prevalente per la quale nell’esercizio della religione non esistono misteri, tutto deve essere ed è chiaro ad una lettura letterale, che è quella che viene richiesta alla gran parte dei fedeli. Le letture metaforiche, analogiche o anagogiche sono riservate agli studiosi e ai teologi, ma non sono oggetto di divulgazione.
    Il maghreb si identifica con l’occidente, o meglio al-maghrib-al-aqsa, cioè l’estremo occidente; la gente del maghreb considera infidi gli al-mashrib, gli abitanti dei luoghi dove sorge il sole, perché vivono ai confini con il mondo cristiano, mentre il maghrebino vive ai confini con l’infinito rappresentato dall’immensità dell’oceano Atlantico, quell’oceano che inghiotte il sole spingendo avanti le tenebre.
    E’ un retaggio antico della cultura berbera anteriore alla conquista araba, quando l’Atlantico rappresentava la fine del mondo conosciuto, geloso custode di misteri nascosti dalla notte.
    Oggi riemergono antiche paure e la paura stessa viene manipolata e utilizzata per scopi diversi dalla legittimazione antropologica; avviene la divisione tra popolo e potere: quando il popolo chiede una maggiore partecipazione, allora la paura serpeggia nei corridoi del potere.
    Una democrazia partecipativa diventa l’incubo di una gerarchia consolidata nei secoli; la paura dell’occidente viene ribaltata come paura della democrazia, figlia dell’occidente che vuole vestite lo chador. All’interno delle nazioni arabo-musulmane si confrontano realtà che non possono convivere:
    la moschea e le TV satellitari, il senso del peccato e il consumismo, il viaggio rituale alla Mecca che purifica i rapporti interpersonali tra fratelli islamici e i commerci internazionali.
    Due mondi diversi costretti a convivere, perché l’occidente ha bisogno di quel mondo.
    Riemerge la paura dell’occidente perché da quall’occidente arrivano i bombardamenti a tappeto, le guerre preventive, i missili intelligenti, le invasioni, le aggressioni, le torture. E’ impossibile qualunque difesa quando vengono bombardati banchetti di nozze, moschee nel giorno dedicato alla preghiera e nell’ora di massima partecipazione; quando vengono colpiti autobus di scolaretti, quando vengono rase al suolo intere città.
    Senza le medesime armi ogni difesa diventa approssimativa, così vengono trasformati in armi deleterie i corpi dei volontari che si lasciano esplodere per restituire le paure nelle quali sono costretti a vivere.
    Sarebbero “resistenti” che combattono per la liberazione e per la doverosa sovranità della loro terra, ma l’occidente non può permettersi di combattere “resistenti”, sinonimo di sacrificio per amore della patria, così li chiama terroristi, per giustificare, di fronte ad un pianeta sempre più distratto dai “consigli per gli acquisti” e dal consumismo imposto dallo stesso occidente, una lotta sempre più cruenta e sanguinosa.
    L’occidente assume le sembianze di un ragno che tesse la sua tela di paure, dentro la quale tiene avviluppata una cultura che riemerge da lontati momenti che sembravano superati; riemerge l’antica paura dell’occidente che porta avanti la notte e i secoli bui della storia, l’oscurità delle coscienze, i misteri dell’uso sproporzionato della forza usata per stroncare popoli armati solo di giovani, i quali, avendo superato da tempo il confine tra la vita e la morte, dovendo convivere con le quotidine stragi, sentodo di doversi sacrificare per urlare al mondo intero lo stato di paura nel quale sono costretti a vivere.”

    2) L’Imam e le sue paure

    Nella tradizione coranica l’imam non è l’uomo forte che i media ci hanno mostrato; quello è il frutto della disinformazione e dell’arroganza del potere che l’intero occidente ha contagiato ai popoli musulmani.
    L’imam sunnita è un leader vulnerabile, sfidabile, contestabile; elementi questi che spesso ne hanno causato la morte.
    Si concretizza una figura nuova di imam, è l’imam dei media, come ce lo presentano le fonti di informazione che necessitano di un avallo credibile; forniscono, quindi, all’imam una credibiltà e un’autorità che non ha mai avuto.
    L’imam della tradizione vive della sua autorevolezza, ma non ha autorità; esercita il suo ministero di guida della comunità, perché dalla stessa comunità ha ricevuto il “consenso”.
    Ma il consenso non è un riconoscimento ab aeternum, può essere revocato se la guida non si manifesta più all’altezza del compito.
    Ma questo accade nei paesi musulmani sunniti, dove vige una sorta di “democrazia” interpretativa del Corano, nelle nazioni a prevalenza sciita il discorso è diverso.
    L’imam sciita trae autorità dall’essere considerato discendente del profeta e, quindi, in diretto rapporto con Dio; la sua parola ha ben altro peso. Non per nulla la figura dell’ayatollah è emersa tra gli sciiti; una figura anomala, una infenzione del XX secolo.
    Non risulta né facile né possibile valutare l’identità musulmana in quanto taluni basano la loro legittimità sul passato, sulla tradizione, altri cercano l’adeguamento alla evoluzione della storia, pur limitatamente a ciò che è ammissibile seondo “l’analogia” interpretativa.
    Lo studio della storia, idoneo a capire il presente, non è certamente incoraggiata, se non addirittura scoraggiata. La storia musulmana che conosciamo è quella ordinata dai visir per soddisfare le esigenze di potere, per cui spesso il politico dava a se stesso l’attribuzione di imam, per raccogliere l’autorità necessaria ad esercitare una maggiore severità e negare al popolo quei diritti che contrastano con gli interessi del potere.
    Scaturisce da ciò la doppia paura dell’imam; la paura che riesce ad incutere e la paura che deve subire; molte sette minoritarie sostengono che l’imam che viola taluni limiti può e deve essere ucciso, sconvolgendo l’idea tutta occidentale di un imam onnipotente.
    Oggi l’imam viene presentato in Occidente come un baluardo della religione e anche del dispotismo, perché c’è l’urgenza di fornire spiegazioni e improvvisare chiarimenti da parte dei media occidentali, che non intendono scendere nei particolari che la storia ci fornisce.
    La differenziazione del potere degli imam ha origini antiche, che coincidono con la stessa nascita dell’islam. Fa riferimento allo scontro tra Mu’taziliti e Kharigiti I primi aperti al confronto e alle idee che provengono anche da altre culture e per questo condannati con l’accusa di essere al servizio degli stranieri.
    Fu innanzitutto la condanna dello spirito umanistico che i Mu’taziliti volevano introdurre nel complesso mondo musulmano; una condanna che continua ancora adesso, dopo avere attraversato i secoli. Ma la cultura occidentale non intende aiutare questa larga parte del mondo musulmano, prefersisce ascoltare i Khagiriti per poterli criticare e combattere, assimilando in questa categoria l’intero Islam.
    Secondo i Khagiriti “il potere appartiene solo a Dio”, per cui diventa doveroso ribellarsi all’imam che non protegge i diritti del credente; questio slogan, portato alle estreme conseguenze, ha causato nei secoli òla condanna e spesso la morte di imam e uomini di potere.
    Lo stesso Anwar Sadat subì una condanna a morte, che l’Occidente liquidò come attentato terroristico, evitando di capire e intervenire con forme diverse di dialogo, incontrando e dialogando con i Mu’taziliti, che invece furono ignorati.
    La tradizione ribelle dei Khagiriti è quella che coniuga la dissidenza al terrorismo.
    Si spiegano così gli attentati in Iraq contro gli stessi iracheni; è la dissidenza alla politica di connivenza con le forze straniere che stimola attentati terroristici; in questo modo la violenza diventa un corollario della ribellione e della dissidenza.
    L’uso della forza per stroncare gli atti terroristici alimenta una spirale contraria; non c’è margine per la paura, ma si accentua quello della dissidenza che esclude ogni dialogo: all’uso della forza si risponde con il terrorismo, che diventa anche un messaggio contro i popoli, non contro i governi che hanno deciso l’uso della forza.
    Sono i popoli che devono subire lo stato di paura.
    Anche gli imam si devono adeguare per non essere inclusi tra i dissidenti interni e subire la condanna.
    La chiusura al dialogo e al confronto, provocata dall’uso indiscriminato della forza, non genera quella paura che l’Occidente si dichiara soddisfatto di provocare, ma alimenta il dissenso e la reazione, e svilisce ogni ipotesi differente, poiché non trova alcun sostegno.
    L’opposizione intellettuale alla violenza reattiva è stata repressa e messa a tacere dallo stesso Occidente, così la ribellione politica, che si concretizza nel nazionalismo, si è fusa con la ribellione religiosa, rappresentata dal fondamentalismo; questa simbiosi ha formato una miscela di enorme potere distruttivo, che si alimenta con le paure che lo stesso Occidente ha generato e continua a generare.
    3) Paura della democrazia
    In realtà nella cultura musulmana non c’è paura della democrazia, ma solo perché si tratta di una categoria politica non ancora ben conosciuta e capita.
    L’idea di democrazia non si coniuga con l’ideale di libertà; anche questo ideale è ignoto alla cultura arabo-musulmana.
    La libertà non è mai un’ideale astratto che compendia le massime esigenze dell’uomo; per il musulmano “libertà” si oppone a schiavitù, senza transitare dalle manifestazioni interiori che sono di appannaggio della cultura occidentale.
    Quando Napoleone sbarcò al Cairo gli storici dell’epoca ebbero molti problemi a tradurre in arabo gli ideali della rivoluzione francese, in quanto Fraternità e Uguaglianza erano già ben noti essendo inclusi nel Corano, ma quanto alla Libertà non capiro neanche di cosa si trattrasse.
    L’arabo non chiede libertà al suo sovrano, chiede piuttosto di essere ben amministrato con giustizia, e trattato con equità.
    Quando combatte lo straniero colonizzatore non lo fa per la “Libertà” ma per l’indipendenza dallo straniero, supportata dal nazionalismo sempre presente nella cultura araba.
    Manca, nella cultura araba, quel periodo storico che permise nei popoli occidentali il fiorire di una cultura predisposta verso concetti più dinamici, come libertà e democrazia.
    Fu l’Umanesimo con la la libertà di pensiero, con la sovranità dell’individuo, con il diritto alla libertà d’azione, che generò nuove esigenze che furono poi perfezionate con l’Illuminismo.
    Fu la differente concezione dell’individualismo che formò e consolidò culture diverse: l’individualismo occidentale è figlio dell’Umanesimo, mentre l’individualismo arabo è figlio della sua tradizione, per cui è individualismo di popolo e non di persone.
    Anche gli intellettuali arabi del XIX secono guardarono con diffidenza alle ipotesi individualistiche, preferendo l’omogeneità di un popolo basato sul nazionalismo.
    Fu il periodo oscuro del mondo arabo, che coincise con l’imposizione di un Occidente militarista, imperialista e colonialista; di fronte alle vessazioni scaturite dalle occupazioni occidentali, il nazionalismo arabo non potè far altro che rifuggiarsi nella sua storia e nelle sue tradizioni, rifiutando tutto ciò che proveniva dal mondo occidentale.
    Le tradizioni arabe regredirono fino alle origini, riproponendo anche l’antica separazione tra sciiti e sunniti, che si era affievolita, con il riaffermarsi della lettura letterale del Corano che giunse all’integralismo religioso.
    Nazionalismo difensivo in campo sociale e integralismo religioso si levarono a rappresentare l’individualismo di popolo che caratterizza il mondo arabo.
    L’Occidente ha acuito queste forme difensive, insistendo con la logica della supremazia, così anche quella parte del mondo arabo aperto alla possibilità di integrazione con l’Occidente trova nello stesso occidente il maggior ostacolo, in quanto avalla le posizioni estremiste del nazionalismo e dell’integralismo, favorendo, addirittura, la loro fusione; in tal caso, quando il nazionalismo si fonde con l’integralismo scaturisce una miscela altamente esplosiva, poiché l’esigenza sociale di indipendenza dallo straniero finisce con il servirsi dell’intolleranza integralista della religione per armare le più crudeli rappresaglie.
    Il mondo arabo si ritrovò nella impossibilità di costruirsi una evoluzione ad indirizzo umanistico, in quanto avrebbe dovuto mediare la propria storia con il patrimonio culturale del colonizzatore, a rischio di perdere la propria unità ed entità; così l’esigenza di unità della cultura araba si ritrova, ancora oggi, a dover rispettare le diversità fra le sue variegate differenze, che tentare una strada di integrazione, per non restare soffocata dalla sua storia e dalle sue tradizioni, che sono poi i loro hudud culturali, con i quali vengono esorcizzate le violenze coloniali dell’Occidente.
    Praticamente venne contestata la “libertà di pensiero” propugnata dai colonizzatori, in forza del proprio patrimonio razionalista, a vantaggio della “libertà di essere diversi”, come frutto del rifugiarsio nella propria storia.
    Quello che i governanti arabi non compresero fu che, escludendo la “libertà di pensiero”, cioè la razionalità in costante sviluppo, il popolo si sarebbe indebolito sempre più, fino a diventare quella massa disabile e impotente che le due guerre del Golfo hanno mostrato in diretta TV.
    E’ per questa ragione che le guerre contro i popoli arabi hanno sempre due fasi; la prima quando l’Occidente scatena la sua tecnologia bellica contro eserciti in fuga e popolazioni indifese; la seconda quando l’arroganza dei vincitori della prima fase della guerra stimola la fusione tra nazionalismo storico e integralismo religioso, allora esplode quella miscela che lo stesso Occidente ha innescato.
    Questa seconda fase è una guerra che la tecnologia occidentale non potrà mai vincere, perché condotta ai limiti ultimi della esasperazione, al punto di trasformare gli uomini in bombe umane. !
    Sempre più, così, l’ideale democratico diventa diramazione dell’Occidente, di quell’Occidente che da solo si è dichiarato “il nemico”.
    Il mondo arabo non ha avuto alcuna possibilità di istruirsi su punti essenziali, come la sovranità dell’individuo svincolato dalla massa e la libertà di opinione, che costituiscono la base culturale dello sviluppo umanistico; né l’Occidente ha mai cercato di fornire elementi di istruzione, mandando sempre avanti le proprie pretese colonialiste o neo-colonialiste.
    Non per nulla i popoli arabi, e nella stessa dimensione anche i popoli del terzo mondo, hanno trovato senpre governi militari o sostenuti dai militari. Gli intellettuali, che avrebbero potuto modificare l’itinerario verso una diversa composizione sociale, sono sempre stati trascurati dall’Occidente e trattati come agenti del nemico all’interno, in quanto portatori di nuove ideologie, come l’esigenza di tenere separate le sfere sociali del nazionalismo con le quelle religiose dell’integralismo.
    Così non avvenuta la rottura con quel passato medioevale che usava il sacro per legittimare e mascherare anche governi arbitrari o dittatoriali come nel caso di Saddam in Iraq.
    L’Occidente aveva tutto l’interesse ad ostacolare lo sviluppo in senso culturale, perché così sarebbe rimasta quella massa indebolita e impotente, tenuta sotto controllo da una sola persona, più facilmente manovrabile e ricattabile, altrimenti facilmente removibile con la forza, in quanto non avrebbe mai avuto il sostegno del suo popolo.
    La guerra civile che si è scatenata in Iraq non è una guerra di religione tra sciiti e sunniti; non è una guerra tra sostenitori di Saddam e suoi avversari; è una guerra tra una minoranza che accetta la presenza americana perché inglobata nel sistema emergente di pubblici latrocini e la maggioranza che vuole l’indipendenza e il rispetto della propria sovranità nazionale.
    Quello che l’Occidente non ha saputo prendere in considerazione è stata la conseguenza che ha generato e provocato, e, cioè, proprio quella fusione tra nazionalismo e integralismo che non è promosso dalle masse popolari, ma può riuscire a coinvolgerle in quella che è diventata una shari’a, una guerra santa contro l’invasore e chi lo sostiene.
    La democrazia è diventata così una diramazione del nemico e non esiste neanche un termine arabo che la identifichi, così come altri prodotti occidentali non hanno un corrispettivo arabo.
    Democrazia in arabo si chiama dimuqratiyya, così come automobile si chiama tumubil (esiste la parola araba siyara, ma nella mia permanenza più che decennale nel mondo arabo non ho mai sentito un meccanico dire siyara); lo stesso dicasi per tilifun, tilivisiun.
    Ma ciò non va visto come accettazione di quel nome a preferenza del corrispettivo arabo che pure i glottologi si sono sforzati di creare, ma come accettazione di quell’oggetto che è entrato nell’uso comune, cosa che non è accaduto per la democrazia, respinta, secondo la loro ottica, perché metodo politico occidentale, foriero solo di guerre, di aggressioni e di colonialismo.

  8. Capitalismo e fondamentalismo
    La mia permanenza ultradecennale in un paese arabo, anche se fortemente occidentalizzato come la Tunisia, e un periodico, ma costante, movimento interno in molti paesi islamici, mi ha consentito di conoscere svariati personaggi del mondo politico, economico e anche religioso.
    Ma la conoscenza e il contatto diretto non poteva risultare sufficiente per esprimere un parere, sia pure personale, anche se suffragato da motivazioni frutto di una sintesi delle varie esperienze che ho avuto occasione di maturare.
    Non c’è dubbio che l’elemento più importante da studiare e valutare è quello del fondamentalismo islamico e il suo accreditarsi, ogni giorno di più, come movimento nazionalista e autonomista, in contrasto con il neo-colonialismo che vorrebbe mantenere, in tutta l’area del Medio Oriente e del Nord-Africa, un predominio politico, sociale che diventa predominio economico, che prevede una sudditanza dei popoli mediorientali e il mantenimento di manodopera a basso costo e sfruttamento delle materie prime.
    Sorge il dubbio che l’andamento attuale non sia frutto di spontanea reazione nazional-popolare, ma sia frutto di una ben studiata strategia da parte del pianeta Occidente, per giustificare il soffocamento delle istanze che premono verso una migliore qualità della vita di popoli che vengono mantenuti in condizioni sub-umane.
    Non emerge nessuna vocazione alla “democrazia”, anzi, proprio la democrazia viene intesa come emanazione dell’Occidente che ha portato i frutti che quei popoli sono costretti a subire; da qui la “paura” del mondo islamico verso la democrazia occidentale e il rifiuto del modernismo occidentale.
    Allora emerge una nuova esigenza di analisi; un’angolazione diversa della visuale che si vuole imporre di un mondo Occidentale minacciato, costretto a difendersi con “azioni preventive”.
    Questa analisi, certamente non facile da impostare in poche pagine, (necessariamente poche per non ingolfare il problema rendendolo di difficile approccio) porta a considerazioni fin qui poco approfondite, ferme alle nozioni che i mass media occidentali spargono a piene pagine, trascurando l’ipotesi di diverse condizioni di interpretazione.
    Sarà necessario frazionare il problema nei suoi vari aspetti, cosa che apparirà frammentaria e disunita, ma utile per valutare i diversi aspetti e poter giungere ad una sintesi.
    Il fatto che il fondamentalismo si afferma in ben identificati strati sociali obbliga a valutarne le ragioni:
    • Il fondamentalismo islamico ha relazioni con la lotta di classe ?
    • La religione islamica e la sua affermazione, è il fine del fondamentalismo oppure è lo strumento per dominare il classismo e mantenerlo nello status quo ?
    • L’approccio delle forze integraliste e fondamentaliste è indirizzato verso l’elevazione socio-culturale del proletariato musulmano, oppure è il mezzo di controllo in chiave anti-proletariato ?
    • Le masse proletarie islamiche si muovono verso l’integralismo e il fondamentalismo, oppure avviene in contrario, come una chiamata a raccolta delle masse islamiche in nome della religione, ma con fini totalmente opposti ?
    • Non si pone il dubbio che l’adesione delle masse islamiche al fondamentalismo rappresenti il segnale che la trappola è scattata e che le istanze e le aspirazioni nazional-popolari in chiave antimperialista e anticolonialista, saranno represse e vanificate, stroncando sul nascere ogni istanza di civile convivenza, in quanto l’Occidente ha tutto l’interesse di identificare il fondamentalismo con il terrorismo e, di conseguenze, assimilando al terrorismo quelle masse popolari che aderiscono alle rivendicazioni sociali e culturali ?
    • L’assenza di un partito politico in grado di portare il dibattito nelle naturale sede della politica e della diplomazia non rappresenta quella trappola che la borghesia integralista, cointeressata alle sorti in quell’area delle mire occidentali, ha teso alle masse popolari, le quali si muovono illudendosi di avanzare rivendicazioni legittime, mentre favoriscono i disegni che li penalizzeranno ?

    Parte prima
    Il fatto stesso che il fenomeno integralista e fondamentalista sia esploso in forme violente dopo gli episodi delle guerre del Golfo (prima e seconda) e dell’Afghanistan, ci dimostra come si sia trattato di fatto reattivo e non attivo.
    Per avallare le guerre preventive gli USA hanno messo avanti l’11 settembre, trascurando che la prima guerra del Golfo di Bush padre ebbe inizio molti anni prima e non ebbe mai occasione di finire, in quanto la presenza americana e i bombardamenti sull’Iraq non ebbero mai soluzione di continuità. La reazione fondamentalista, sbrigativamente chiamata “terrorismo” nacque come risposta contro l’imperialismo americano, e fu, inizialmente, gestita dall’alta borghesia nazionalista che vedeva minacciati i propri interessi di privilegio; si trattò allora dei vari “signori della guerra”, in realtà capi delle tribù che tutt’ora dominano l’Iraq, l’Afghanistan, l’Iran, il Pakistan e la Siria, Giordania e Arabia Saudita: Fra di loro divisi da differenti interpretazioni dell’Islam e ognuno con una propria legittimazione, trasportarono il loro dissenso dalla politica alla religione, per attirare le masse islamiche fin allora solo vittime di entrambe le parti.
    L’integralismo islamico, sorto agli inizi dello scorso secolo, era sciita e riuscì a radicarsi nel tessuto sociale favorito dalle minacce che arrivavano dall’Occidente.
    L’adesione popolare alle forme fondamentaliste e integraliste acquistò un significato politico, staccandosi dai valori esclusivamente religiosi; in pratica si trattò di un regresso verso l’antica tradizione religiosa e sociale, che comprendeva anche il rapporto tra le classi, con una forma di accettata sudditanza della classe popolare a quella medio e alto borghese.
    Ma dall’Occidente arrivarono anche i principi del capitalismo che portava in sé i germi della crisi che provocarono un sempre maggiore accentramento del potere economico nelle mani degli USA, in termini internazionali, e nelle mani di capitalisti privi di scrupoli sociali nelle singole nazioni.
    Il lancio imposto della globalizzazione dei mercati sanzionò la frattura tra classi e tra nazioni.
    Tra le classi si disegnò il confine tra produttori e consumatori, tra proprietari dei mezzi di produzione e prestatori d’opera, tra creditori e debitori, dilatando la forbice dei consumi con eccesso del superfluo e mancanza del necessario.
    A livello internazionale la frattura divise il mondo in nazioni opulenti, nazioni in via di sviluppo, terzo mondo e quarto mondo, queste ultime ricchissime di materi prime ma prive del potenziale culturale ed economico per lo sfruttamento in proprio delle loro ricchezze, diventando preda dei famelici “esportatori di democrazia.
    Nell’ambito della globalizzazione emersero nuove esigenze dell’apparato capitalistico, primo fra tutti la disponibilità di manodopera a basso costo, flessibilità del lavoro, decrescenti garanzie sindacali e, a volte, totalmente carenti. La conseguenza diretta fu la distruzione e, a volte la non formalizzazione dello Stato sociale, privatizzando i servizi essenziali che diventarono così non più costi dello Stato, bensì proventi dei privati; la classe lavoratrice è stata attaccata sul terreno normativo e salariale, quindi su quello assistenziale.
    Mentre tutto ciò accadeva a livello internazionale, molte nazioni, fra cui l’Italia, imitarono tali modelli in nome di un rinato liberismo che avrebbe migliorato le condizioni disagiate delle classi più deboli, favorendo un maggiore arricchimento delle classi capitalistiche, in quanto tale arricchimento si sarebbe dilatato anche alle fasce più povere.
    Iniziò la pretesa esportazione della democrazia, facendo credere alle masse popolari prese di mira che tale forma di governo, partendo dalla base popolare diventava garantista nei confronti delle classi emarginate.
    Ma cosa sta accadendo in realtà ?
    La democrazia, già a breve termine, se non tenuta rigorosamente nell’alveo della vera pluralità, produce il capitalismo, perchè ne ha bisogno per generare lavoro e dilatare il benessere all’interno di uno sviluppo equilibrato dell’economia, ma quando il capitalismo arriva ad avere il sopravvento non ha bisogno di democrazia e promuove una deriva autoritaria, la sola che può imporre il mantenimento dei privilegi che il mondo capitalista.
    Parte seconda
    L’esigenza dell’Occidente di manodopera a basso costo si è aggravata nel secolo scorso con la pretesa occidentale di controllare le fonti energetiche per averne il monopolio.
    Combinate in questo modo, le due esigenze messe insieme, e sostenute anche con guerre chiamate “preventive”, hanno consentito agli USA sia di gestire la forza lavoro di interi continenti per sfruttare la delocalizzazione produttiva, sia di impadronirsi della rendita parassitaria delle risorse petrolifere.
    Le conseguenze per le popolazioni sono state, sono e diventeranno sempre più devastanti, perché alle già precarie condizioni ambientali, il cui sviluppo è stato mortificato dalle colonizzazioni, si aggiungono le condizioni disumane e affamanti della globalizzazione dei mercati.
    E’ l’impostazione dell’imperialismo, sia di quello democratico occidentale che di quello socialista orientale; entrambi hanno rinnovato quella colonizzazione che nei secoli scorsi fu militare, con la nuoca colonizzazione economica.
    Questo è stato il brodo culturale nel quale il fondamentalismo prima e l’integralismo poi hanno fatto proliferare il nazionalismo arabo, coniugandolo con la religiosità.
    La religione diventa supporto delle esigenze sociali mortificate prima dal colonialismo su base militare di conquista, ora dell’imperialismo che vuole imporre il suo “nuovo ordine” su base economica e di sfruttamento di intere popolazioni, sia sotto il profilo del lavoro che delle materie prime.
    La realtà odierna si scontra con la sua stessa storia che trova nei secoli l’accoppiamento religione-potere, con una continuità nel tempo che non trova riscontri nei governi occidentali.
    Le borghesie islamiche di tutte le etnie, che hanno detenuto il potere nelle sue varie forme, ma sempre centralizzato e assolutistico, hanno utilizzato i precetti coranici per supportare il loro potere politico, economico e sociale.
    Trattandosi , per lo più, di sciiti nell’area medio-orientale, ogni etnia si è sempre richiamata ad una pretesa discendenza diretta dal profeta, identificandosi con una confessione che fornisce il suggello al dominio di classe.
    Gli esempi non mancano, suggellati da ragioni storiche, da antiche consuetudini e da radicate convinzioni.

    • I sovrani del Marocco vantano la diretta discendenza da Maometto.

    • I sovrani della Giordania preferiscono definirsi “re degli hascemiti” piuttosto che dei giordani; gli hascemiti appartengono alla tribù di appartenenza di Maometto, e vantano il diritto di essere considerati “custodi delle città sante”, che si trovano in Arabia, sotto la dinastia Saud che ne rivendica l’appartenenza, con una insanabile frattura tra le due case regnanti.

    • A loro volta i Saud legittimano il loro potere con l’appartenenza alla confessione Waabita, alla quale, per motivi di cartello petrolifero, hanno aderito gli emiri del golfo , gli Al Sabbah del Kuwait, e i gli Yemeniti e i teocratici Omanidi.

    • La Siria ufficialmente è una repubblica presidenziale, ma presidenziale al punto da non potersi distinguere da una monarchia assoluta, anch’essa avallata dall’appartenenza alla confessione alawita.

    • Anche il laico libano di Jhumblat è governato in nome di una enclave drusa che trae origine da Al Darazi, che secoli fa fondò una delle tante scissioni sciite che approdò ad un movimento politico del quale oggi Walid, come prima di lui il padre, è signore e padrone.
    Parte terza
    Fu la piccola, media e alta borghesia che pilotò le rivendicazioni anticolonialiste, ma non poterono dirottare l’attenzione verso un sistema democratico, ritenuto emanazione di quello stesso Occidente che aveva esercitato il colonialismo sfruttatore.
    I movimenti indipendentisti si lasciarono influenzare dalle rivendicazioni socialiste o pseudo-socialiste, dovendo scegliere una delle due parti in quel momento in piena guerra fredda: Est e Ovest del pianeta.
    La religione divenne il valore aggiunto che richiamava le masse popolari, che non hanno mai chiesto “democrazia”, “libertà”, ma solo di essere ben amministrati e ben guidati, per dare in cambio la loro fedeltà al sovrano o al presidente.
    C’è da notare che il termine “libertà”, così come intendiamo noi dopo l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, è intraducibile in arabo; per l’arabo la libertà si contrappone alla schiavitù, ma non comprende quei valore per i quali l’Occidente ha combattuto aspre battaglie.
    Il tentativo, già dalla fine della seconda guerra mondiale, era quello di fondere insieme le basi della religione con il naturale nazionalismo arabo; ma per ottenere ciò ognuno dei “capi” doveva rappresentare una propria visione della religione, per cui spuntarono le più svariate confessioni delle quali si è fatto cenno nella seconda parte (I signori delle religioni).
    La religione acquistò un uso strumentale, in grado di motivare l’esercizio del potere di fronte alle masse popolari e anche di giustificare gli antagonismi sociali.
    Nacque, così, quella “armonia” sociale in grado di giustificare ogni repressione, ogni tentativo di cambiamento, perché non è lecito cambiare ciò che discende direttamente da Dio.
    Le masse popolari finirono con l’accettare questo condizionamento, rifiutando di valutare il gioco conservatore e reazionario delle borghesie, che trovarono nell’identificazione tra religione e nazionalismo l’elemento di controllo.
    Il coinvolgimento borghese è globale; non riguarda soltanto quella borghesia che si trova al potere, ma anche quella che vorrebbe arrivarci o quella che della esiste trae larghi benefici.
    Si ripete, a distanza di alcuni secoli e di poche migliaia di kilometri, la realtà vissuta in Europa con i tre stati: aristocrazia, clero e popolo, nelle stesse proporzioni che portarono l’Europa alla Rivoluzione identificata storicamente come francese, ma in realtà europea.
    Ovviamente, stante codeste proporzioni, l’idea democratica viene combattuta con ogni mezzo, anche contro quelle nazioni che vorrebbero esportare la democrazia, ma non nell’interesse dei popoli che devono continuare ad essere sfruttati, ma nell’interesse diretto che provoca l’indebolimento dell’intera struttura statale e sociale, per riproporre un neo-colonialismo di marca moderna: l’imperialismo capitalista.
    Quando riesce a spirare flebilmente il vento della democrazia, allora è la stessa borghesia che riesce a servirsi delle masse popolari per neutralizzarne gli effetti, facendo appello ai valori della religione che gli esponenti dell’alta borghesi rappresentano.
    Emerge l’uso del potere per il potere, per salvaguardare il contenitore finanziario delle rendite petrolifere e dell’indotto che genera, il tutto riservato ai pochi esponenti di quelle caste che, attraverso la predicazione religiosa impongono le loro dittature, perchè il loro potere “discende da Dio”.

  9. La prima guerra del golfo

    Anche per la prima guerra del Golfo gli USA ebbero bisogno di organizzare una motivazione necessaria e sufficiente a giustificare il loro intervento.
    Fu lo stesso Saddam a fornirla quando ritenne di meritare, stante i servizi resi agli USA in chiave anti iraniana, di potersi annettere il Kuwait.
    Nelle more Saddam era stato insignito della cittadinanza onoraria di Detroit, la capitale mondiale delle auto, ed era ricevuto e trattato da inglesi ed americani come un amico e fedele alleato.

    Dal 1922 tutti i governo iracheni avevano avanzato rivendicazioni sul Kuwait, che per 2.000 anni aveva fatto parte integrante dell’Iraq; lo fece anche Saddam. Ma, timoroso della reazione americana, alla cui protezione teneva molto, incontrò l’ambasciatore Usa a Baghdad April Glaspie, una donna molto energica, ma di discussa reputazione, la quale comprese l’esigenza di Saddam di unificare l’Iraq; dopo avere informato la Casa Bianca e averne ottenuto il nulla osta, dette il suo assenso all’invasione del Kuwait.
    Scattò, quindi, la trappola.
    Era l’occasione tanto attesa per portare le truppe in quell’angolo del pianeta che galleggiava letteralmente sul petrolio.

    La conferma dell’autorizzazione da parte dell’ambasciatore americano, la ebbi personalmente a Tunisi, quando taluni amici palestinesi mi fecero incontrare Tarak Aziz, il n. 2 del regime iracheno, che si trovava a Tunisi (poco prima di recarsi al Vaticano a perorare la causa dell’Iraq, che stava per essere invaso, bombardato dagli eserciti anglo-americani).
    Si trovava a Tunisi, ufficialmente per portare aiuti economici a profughi palestinesi che vivevano ad Hammam Liff, alla periferia sud della capitale.
    Mi spiegò di aver capito tardivamente che quell’autorizzazione ad invadere il Kuwait non era altro che un tranello per giustificare l’aggressione della “prima guerra del golfo”.
    Il 2 agosto 1990 il Kuwait fu invaso senza combattere; la famiglia che governava il paese, gli al-Sabah, abbandonarono Kuwait City parecchi giorni prima dell’ “improvvisa” invasione, per recarsi nell’esilio dorato in Costa Azzurra, dove avevano prenotato tre piani del più lussuoso albergo, il Negresco, nella Promenade des Englais a Nizza. (N.d.R.)

    La contropartita richiesta a Saddam dall’ambasciatore April Glaspie, fu quella di effettuare, immediatamente dopo la conquista del territorio, libere elezioni, e affidare ad un parlamento, liberamente eletto, la conduzione del Kuwait, sia pure come provincia dell’Iraq. Saddam non lo fece; non poteva usare pesi e misure diverse nello stesso paese; gli intellettuali iracheni, specie quelli di fede sunnita e quindi più vicini al rais, premevano, infatti, perché si svolgessero in tutto l’Iraq libere elezioni.
    I mass media americani iniziarono subito la campagna anti-Saddam, etichettandolo come Hitler arabo. Saddam non aveva capito che la sua violazione dell’altrui sovranità doveva essere punita; non aveva capito che le violazioni dell’altrui sovranità potevano restare impunite solo se commesse dal potere del più forte o con il suo assenso.
    Anche questa prima guerra del Golfo, voluta da Bush senior, fu presentata al popolo americano come l’esportazione della democrazia in un paese dominato da un dittatore crudele. Ovviamente Bush senior trascurò di ammettere che quel dittatore crudele era stato sostenuto, armato, foraggiato dagli USA nel corso della guerra Iran-Iraq, e che gli USA avevano tollerato che la ferocia del rais si scatenasse contro i Curdi, ritenendo il massacro di quel popolo un fatto interno dell’Iraq, per cui non ritennero opportuno intervenire o consentire che intervenisse l’ONU.
    Trascurò anche di informare il popolo americano che l’invasione del Kuwait era stata autorizzata dsalla Casa Bianca per tessere una trappoola a saddam.
    La cantilena della esportazione della democrazia iniziò, così, il suo cerimoniale poichè erano stati messi a repentaglio gli interessi petroliferi, cosa che avrebbe minacciatoi gli approvvigionamenti che consentivano agli americani di vivere al di sopra delle loro possibilità.
    Fu in quella occasione che Bush senior, in un discorso alla nazione, affermò che gli americani non erano pronti e non erano disposti a sacrificare il loro tenore di vita.
    Subito dopo la liberazione dalle truppe irachene, il Kuwait rientrò nell’orbita americana; gli interessi petroliferi erano stati salvati, mentre una consistente flotta americana si accingeva a bivaccare in permanenza nel porto di Kuwait City. Il problema della esportazione della democrazia divenne un accessorio superfluo, anche se molti intellettuali iracheni ci avevano creduto. Ci credette anche un gruppo di militari iracheni stanziati al Nord, dove si trovavano al comando di truppe curde; proprio quei curdi che erano stati inviati in prima linea al Sud per contrastare l’eventuale avanzata americana e che si arrendevano anche agli operatori televisivi che li riprendevano con le telecamere.
    Non intendevano combattere per quel rais che pochi anni prima aveva sterminato la popolazione curda.
    Ricordiamo che alla fine della prima fase della seconda guerra del Golfo, fu l’intelligence curda che scovò saddam nascosto in una tana come un sorcio, mettendo in grave imbarazzo la stessa CIA che aveva programmato una diversa soluzione dell’affaire Saddam.
    Quegli ufficiali al comando delle truppe curde si inventarono una marcia su Baghdad, con un totale di 13.000 uomini, poco armati e privi di ogni forma di normale sostegno logistico, per liberare l’Iraq dal dittatore.
    Erano convinti che dovevano essere i principali artefici del programma di libertà della loro Patria, come i ragazzi delle pietre dell’intifada; erano anche fiduciosi che avrebbero incontrato, alle porte di Baghdad, le truppe angloamericane, per sconfiggere definitivamente il rais, per inaugurare la promessa democrazia.
    Incassarono l’impegno angloamericano di copertura aerea, che sarebbe dovuta intervenire partendo dalle basi turche, ma, quando furono di fronte alle truppe scelte di Saddam che li attendevano nella pianura antistante Baghdad a Nord-Ovest della capitale, si ritrovarono isolati, l’esercito angloamericano stava già sbaraccando dal Kuwait, la copertura aerea non arrivò, gli alleati non manifestarono alcun interesse a defenestrare Saddam.
    L’esportazione della Democrazia, decantata da Bush divenne un optional superato.
    Fu il massacro, che continuò con quegli intellettuali che avevano sperato nella ipotesi di una integrazione democratica, sotto il controllo di quelli che si dichiaravano sostenitori ed esportatori di democrazia. Pochissimi riuscirono a salvarsi rifugiandosi in Giordania, spostandosi, successivamente in paesi a cultura avanzata come la Tunisia e il Nord-Est dell’Algeria e Egitto.

    Fu così subito chiaro che né gli americani, né i fedeli clienti dell’Arabia saudita, né gli emiri e gli sceicchi degli Emirati Arabi Uniti erano realmente interessati a instaurare la democrazia. Saddam aveva avuto la sua lezione, ma fu lasciato al suo posto, in grado di effettuare tutte le ritorsioni che la sua mente violenta poteva partorire.
    Continuò ad essere l’uomo di Washington nello scacchiere, anche se guardato a vista e sottoposto a un tipo di embargo che danneggiava solamente il popolo iracheno, non gli interessi dei petrolieri americani né quelli dello stesso Saddam.
    L’idea di instaurare una democrazia in Iraq era inoltre intollerabile per gli alleati sauditi, che mantenevano (e mantengono ancora) nel loro regno uno stato di terrore e di miseria, malgrado le immense ricchezze provenienti dal petrolio.
    L’Arabia Saudita continua ad essere una nazione priva di una Costituzione, ma questo ai democratici americani non interessa, in cambio del petrolio sono disponibili a dare la patente di democraticità a chiunque.
    Prima della guerra l’Iraq aveva un reddito pro capite di tremila dollari annui per abitante, dopo la I° guerra e l’embargo, non arriva nemmeno a 500 dollari annui, diventando uno dei paesi più poveri della terra, potendo disporre di appena un dollaro e trenta centesimi al giorno per persona. Oggi, dopo la II° Guerra, anch’essa fallita nell’intento di neutralizzare definitivamente il rais, la situazione generale è ancora peggiorata; negli ultimi sei mesi sono nati 230.000 bambini, nessuno dei quali è stato vaccinato; paradossalmente manca anche la benzina nel secondo paese produttore di petrolio.
    Fu così che venne devasta una terra che aveva un sistema sanitario avanzato, una economia stabile, alti livelli di alfabetizzazione, che sarebbe giunta, con la naturale evoluzione dei tempi, alla conquista spontanea di una sua libertà.
    Alla fine della prima guerra contro Saddam, fu stabilito l’embargo contro l’Iraq: a partire dal 1991 i decessi dei bambini per malattie o denutrizione fu stimato in trecentomila; nel 1997 l’UNICEF riferì che in Iraq morivano 4.500 bambini al giorno.

    “Le cifre dell’UNICEF sulla mortalità infantile in Iraq rappresentano solo la punta di un iceberg se messe in relazione agli enormi danni provocati sui pochi iracheni che sopravvivono al loro quinto anno” (Richar Garfield – docente di infermieristica clinica internazionale alla Columbia University- The Public Healt Impact of Santions – Middle East Report, n. 215, Estate 2000).

    La prima guerra del Golfo non finì mai di finire; periodicamente inglesi e americani, quando si ritrovavano ad avere un esubero di bombe nei loro arsenali, armi pesanti che l’industria bellica produceva a ritmo costante, andavano a scaricarle in territorio iracheno.
    Il 16 dicembre del 1998, alla vigilia del voto presso la Camera dei Rappresentanti degli USA, che accusava il presidente Clinton di spergiuro e di ostacolare la giustizia, in occasione del noto scandalo della macchiolina sulla verginale gonna della stagista presso la Casa Bianca Monica Lewinsky, venne scatenato un attacco aereo contro l’Iraq, ufficialmente per punire l’Iraq della mancata collaborazione con gli ispettori dell’ONU alla ricerca di armi di distruzione di massa, ma in realtà per ritardare e affievolire il clamore dello scandalo nel quale il presidente era coinvolto e cercare di evitare l’impeachment.
    L’operazione, denominata Dessert Fox (la volpe del deserto, lo stesso nome di battaglia del generale nazista Rommel) durò 72 ore; non sono mai stati forniti dati relativi alle vittime di questi attacchi a sorpresa.
    Il 13 agosto del 1999 il New York Time in una nota del commentatore politico Steven Lee Myers così commentava:

    ” Gli aerei americani stanno attaccando l’Iraq metodicamente e senza alcuna vera discussione pubblica. Negli ultimi otto mesi piloti americani e inglesi hanno lanciato più di 1.100 missili contro 359 obiettivi in Iraq. E’ il triplo degli obiettivi colpiti in quattro giorni di attacchi furiosi in dicembre…. Secondo un altro parametro i piloti hanno compiuto circa i due terzi delle missioni che i piloti della NATO hanno condotto sulla Yugoslavia nei 78 giorni di quella guerra”

    Anche il ministro della difesa inglese Geoff Hoon, a seguito di una interrogazione urgente alla Camera dei Comuni, fu costretto ad ammettere che l’aviazione inglese non aveva mai smesso di bombardare l’Iraq e che

    …tra il 20 dicembre del 1998 e il 17 maggio del 2000, l’aviazione inglese aveva sganciato 78 tonnellate di artiglieria pesante nelle zone interdette dall’ONU al volo (no fly zone), con una media di cinque tonnellate al mese. (Hansard 24 maggio 2000)

    Se il periodo dell’embargo distrusse l’economia irachena e provocò centinaia di migliaia di morti sia per denutrizione che a causa degli estemporanei bombardamenti, specie nelle fasce più deboli della popolazione, non fu lo stesso per il rais e il suo entourage. La vendita del petrolio continuò senza sosta, attraverso il Kurdistan iracheno, al confine con la Turchia, che divenne la capitale mondiale del petrolio di contrabbando. Saddam vendeva il petrolio iracheno ai petrolieri americani, ottenendo dollari, oro e armi.
    Il secondo tempo della guerra del Golfo, ripropose l’antica cantilena della esportazione della democrazia e della lotta al terrorismo.
    La Democrazia non è un bene di consumo che può essere esportato quando si ha un esubero, è un prodotto della lenta evoluzione della Storia e della Cultura, può essere, discretamente propagandato, ma mai imposto con le armi, con il terrore, con la tortura.
    Sia con la guerra in Afghanistan che con quella in Iraq, non fu raggiunto nessuno degli scopi principali che gli alleati avevano programmato di raggiungere: la cattura di Bin Laden con lo il mullah Omar.

    Non ci è dato sapere se accordi sottobanco con gli antichi datori di lavoro non prevedessero una sorta di salvacondotto, o altre garanzie, quale liquidazione per i servizi resi; fatto sta che ancora una volta la CIA ha dimostrato inefficienza, oppure, secondo voci insistenti che circolano negli ambienti culturali islamici di estrazione moderata, una connivenza passiva, in attesa di possibili altri eventi, come la programmata guerra contro la Siria, con successivo allargamento del conflitto all’Iran, o viceversa, che purtroppo non tarderanno a essere scatenate (n.d.r.).

    Abou Roxas

    nome palestinese di
    Rosario Amico Roxas

  10. Afghanistan: una guerra persa in partenza

    L’invasione da parte dell’Occidente nel teatro medio orientale, guidata da un’ America avida di petrolio e con la pretesa di farsi controllore planetario delle fonti energetiche, non ha minimamente tenuto nella giusta considerazione le diversità culturali che animano la società araba; hanno ridotto la loro conoscenza alla divisione tra sciiti e sunniti e si sono lanciati in una sorta di crociata che non tiene nel dovuto conto la componente culturale dell’avversario.

    E’ nata dalla più completa ignoranza la prima alleanza con gli “studenti del Corano”, i talebani dell’Afghanistan, stimolati, armati, foraggiati in chiave anti-sovietica.

    Se avessero conosciuto la storia dell’Afghanistan si sarebbero resi conto di impelagarsi dentro sabbie mobili sconosciute. L’Afghanistan era da tempo nelle mire di potenze europee dalla Russia degli zar in fase di espansione all’impero inglese che già dominava in India. La concorrenza tra Russia e Inghilterra garantì un periodo di relativa tranquillità, sostenuta anche dalla frammentazione in tribù dell’intera popolazione, spesso in lotta tra di loro per modeste ragioni di pascolo.

    Il mancato intervento delle due potenze europee impedì una evoluzione culturale dell’Afghanistan, che rimase nominalmente un regno, ma negli effetti un territorio frammentato in una molteplice costellazione di tribù: pashtun, tagiki, usbechi, i mongoli bazar, nuristani, baluci, che non accettavano un potere centrale, per cui Kabul non contava assolutamente nulla, esattamente come è ridiventato adesso con l’intervento americano, che ha riportato indietro l’Afghanistan di molto secoli, con il predominio delle tribù, arroccate nelle loro montagne.

    Questo ritorno al passato vanifica il tentativo di modernizzazione che era iniziato nel 1919 con il rovesciamento dell’impero ottomano in concomitanza con la rivoluzione russa. Fu allora che il giovane sovrano Amanullah riuscì a liberarsi della tutela britannica, programmando una serie di riforme sulla scia di quelle applicate in Turchia con la rivoluzione di Kemal Ataturk.

    Si trattò di riforme “borghesi”, ma senza che esistesse una borghesia.

    Amanullah governò per una decina di anni con relativa tranquillità; ma nel 1929 un colpo di stato finanziato dagli inglesi di Nuova Delhi che avevano montato una opposizione religiosa, ne provocò la fine. Ma il protettorato inglese non era tollerato neanche dai capi delle tribù che avevano sostenuto la rivolta contro il sovrano. Ciò che emerge è la tipologia della rivolta che ebbe, innanzitutto, caratteristiche religiose; erano, infatti, previste nella riforma del sovrano l’abolizione del velo alle donne, l’occidentalizzazione degli abbigliamenti, il suffragio universale esteso alle donne, istruzione mista maschi e femmine, libertà di esercitare le professioni dilatata anche alle donne. E’ in quel momento che compare il potere nascosto degli “studenti del Corano”, che avranno grande peso nella caduta della monarchia modernizzatrice.

    Nel periodo della guerra fredda la CIA finanziò spesso e abbondantemente i mujahidin (guerrieri sacri); lo conferma l’ex direttore della CIA Robert Gates nelle sue memorie (From the Shadows), invertendo la versione ufficiale secondo la quale i finanziamenti sarebbero iniziati dopo il 24 dicembre del 1979, cioè dopo l’invasione sovietica; tale versione voleva consolidare la priorità cronologica dell’invasione sovietica, quasi si trattasse di una legittima difesa. In realtà fu l’invasione sovietica una reazione ai finanziamenti americani che volevano creare una testa di ponte in Afghanistan in vista del progettato oleodotto dell’UNOCAL.

    I finanziamenti americani erano, in verità, una provocazione nella quale i vertici del politburo caddero pesantemente. La tecnica americana è sempre la stessa, anche perché ben collaudata; costringere, in qualunque modo, la parte avversa a muoversi, apparentemente, per prima, in modo da poter stimolare lo sciovinismo popolare e concretizzare i loro piani. I sovietici non fecero eccezione; entrarono in Afghanistan trasformando la guerra civile finanziata dalla CIA, in un Jihad permettendo ai mujahidin di recitare il ruolo di liberatori del suolo della patria, contro lo straniero invasore. La forza d’urto venne rinforzata dai talebani che erano stati organizzati da uno sconosciuto pseudo-terrorista di origine saudita, la cui famiglia era socia nell’UNOCAL insieme alla famiglia Bush: Osama Bin Laden e il suo luogotenente mullah Omar.

    Si instauro il regime del terrore talebano, tollerato dall’America, anche perché i traffici di pani di oppio contro armi, gestita dalla mafia americana, erano diventati enormi.

    Quello fu solo il primo tempo della guerra afgana; un primo tempo girato per bandire il governo di Najibullah, un comunista non allineato, che aveva chiesto aiuto alla Russia per neutralizzare l’intervento americano a favore dei rivoltosi. Fu una vera guerra sovvenzionata dagli americani in chiave antisovietica.

    Per i sovietici l’Afghanistan rappresentava il passaggio obbligato che necessitava all’America, per cui era loro interesse impedirlo, al fine di condividere la gestione mondiale del petrolio.

    I Talebani non avrebbero mai potuto prendere il controllo dell’Afghanistan senza l’appoggio militare ed economico di Islamabad, capitale di quel Pakistan che, allora, era totalmente dipendente dagli angloamericani in quanto facente parte del Commowelt britannico, e dagli aiuti economici che non venivano lesinati. Quando i Talebani occuparono Kabul nel 1996, respingendo gli occupatori sovietici, come primo atto intimidatorio, costrinsero l’ex Presidente dell’Afghanistan Najibullah, che si era rifugiato nella sede dell’ONU, a uscire allo scoperto per parlamentare; fu brutalmente assassinato, denudato, evirato; gli organi genitali gli furono stipati in bocca e fu esposto al pubblico ludibrio nella piazza antistante il palazzo reale, in pieno centro della città nuova; per buon peso, lo stesso trattamento venne riservato anche al fratello.

    Kabul è una città assai particolare, per comprendere la dimensione del gesto dei Talebani bisognerebbe conoscere la città, divisa nettamente in due: la parte antica con piccole strade tortuose, sita alla destra, guardando verso Nord, dell’omonimo fiume che si allunga fino a Jalalabad, e che prosegue il suo corso inoltrandosi in Pakistan. La parte moderna della città si è sviluppata sulla riva sinistra del fiume Kabul, ed è la più visibile e la più conosciuta dagli stranieri che difficilmente si avventurano nelle viuzze della vecchia Kabul. Quel gesto e il posto dove venne realizzato, indicano chiaramente la volontà di dare la maggiore visibilità possibile al loro tipo di comportamento.

    Questo gesto non piacque ai finanziatori americani, tra i quali la UNOCAL, gigante petrolifero statunitense, per cui fu messo a tacere e i mass media occidentali, sempre ubbidienti, non ne dettero il dovuto risalto. Nello stesso tempo il presidente del nucleo operativo in Pakistan della UNOCAL, mr. Richard Keller, affermò che il nuovo governo talebano: ’…..sarebbe stato un vantaggio per noi;

    che potevano contare sull’appoggio dei Talebani per

    …garantirsi la via al petrolio e ai gasdotti che contava di costruire attraverso l’Afghanistan, al costo di 12 miliardi di dollari….’ (per le due citazioni, v. Carla Power e Sdarsan Raghvan ’ Afghanistan a New War for Profits’, Nesweek, 4 novembre 1996).

    Inizia lo scollamento tra potere decisionale americano e la popolazione degli USA: molti americani non condivisero la politica svolta in Afghanistan:

    ’Nel settembre 1998 un gruppo di militanti Verdi chiese al Procuratore Generale della California di sciogliere l’UNOCAL per crimini contro l’Umanità e l’ambiente, nonché per le sue connessioni con i Talebani’. (v. Ahamed Rashid: Talebani, islam, petrolio e il grande scontro in Asia Centrale, Feltrinelli 2001)’;

    si consolidò così quello scollamento, che porterà in seguito ad un sempre maggior disinteresse verso la politica del popolo americano, esasperato anche dalla disapprovazione sul superamento della soglia etica. L’iniziativa di quei cittadini americani fallì perché era troppo grande la posta in gioco, ma il progetto della UNOCAL fu, temporaneamente, accantonato, per essere ripreso in questi tempi di rinnovata belligeranza, e con maggiori e più ambiziosi programmi; quella iniziativa dimostra però come il terrorismo, in questo caso quello promosso e sovvenzionato dall’economia americana, può essere sconfitto se cittadini educati alla pace, sia in Occidente che in Oriente, integrano i loro punti di vista e riescono a dialogare.

    La rivolta dei Talebani fu resa possibile utilizzando le milizie pakistane del generale Zia e la complicità e l’aiuto di Osama Bin Laden in funzione antisovietica. Il governo dei Talebani riuscì a sostenersi grazie ai proficui commerci di pani di oppio contro dollari e armi; il tutto con la complice mediazione di Bin Laden che ben conosceva, e conosce, l’ubicazione dei luoghi di rifornimento di armi e dove portare, in cambio, i pani di oppio.

    In quella prima guerra afgana il ruolo della Casa Bianca non è stato un segreto per nessuno; ciò che è stato tenuto molto riservato ai cittadini occidentali è l’utilizzazione che gli Usa avevano fatto dei servizi segreti dell’Egitto, dell’Arabia Saudita, e del Pakistan del generale Zia, creando, finanziando, armando e addestrando una fitta rete internazionale di guerriglieri islamici; il tramite con questi guerriglieri era sempre Osama Bin Laden, insieme al mullah Omar, uomini-chiave della CIA in Medio Oriente.

    L’avvento al potere dei Talebani (letteralmente significa studenti di teologia) mostrò presto il suo vero volto: non fu uno Stato teocratico, fu semplicemente una feroce dittatura, che riportò l’Afghanistan indietro di secoli; fu proibito alle donne di lavorare, uscire di casa, accompagnare i bambini a scuola; praticamente venivano isolate entro le mura domestiche. La condizione delle donne in Afghanistan non venne mai presa in considerazione agli esportatori di democrazia; solo Hilary Clinton prese le difese delle donne afgane durante il mandato del marito, ma più per compiacere le femministe americane nel periodo dello scandalo Lewinski che per cercare di migliorare le condizioni di vita delle donne afgane. Qualunque forma di civile libertà venne negata in nome di una teocrazia solo verbale. Anche i rapporti fra Talebani e Pakistan cominciarono a diventare difficili; il mullah Omar, notoriamente nel libro-paga della CIA, non perdeva occasione per mandare segnali di indipendenza e di ostilità ai pakistani.

    Il secondo tempo della guerra in Afghanistan iniziò dopo l’11 settembre, e prevedeva di cacciare i Talebani dall’Afghanistan, diventati inaffidabili e di eliminare o catturare Osama Bin Laden e il mullah Omar, entrambi renitenti alla cieca obbedienza pretesa dalla CIA, due dei mostri che si sono rivoltati contro il proprio ideatore. Venne abbattuto il regime fondamentalista dei Talebani, venne creato un governo fantoccio con gli aiuti degli USA, ma non è stato conseguito alcun risultato, se non quello di aver imposto un governo filo-occidentale, consenziente ad accettare il nuovo ordine programmato, riportando, però, il paese al tipo di governo tribale. Ufficialmente esiste un riferimento politico, nel filo-occidentale Kazar, ma in realtà sono le 14 tribù in cui è frazionata la popolazione afgana che hanno ripreso il potere che era stato largamente ridimensionato durante l’impero Ottomano. Le operazioni militari angloamericane continuano ancora, e siamo alla metà del 2004, con bombardamenti a tappeto, alla ricerca di qualche talebano sfuggito alla cattura.

    Le conseguenze, come ho già scritto, sono disastrose, con innocenti bambini che pagano per tutti.

    La religione musulmana trova qui una distorsione in senso fondamentalista.

    I talebani si differenziano dai sunniti e dagli sciiti; il loro credo, basato su una interpretazione del Corano in chiave fondamentalista, non trova riscontro nello stesso Corano, in quanto loro sostengono affermazioni non contenute nel Corano ufficiale, ma che pretendono trovarsi in versetti andati perduti, dei quali si dichiarano i più legittimi custodi. Sono gli hasciscin, termine dal quale deriva “assassini”, ma in realtà significa “consumatori di hascisch”. Si tratta di una setta estremamente feroce, i cui componenti sono considerati come i killers dell’Islam; danno prova del loro coraggio e del loro disprezzo per la vita (propria e altrui) lanciandosi dai picchi delle montagne del Nord dell’Afghanistan, per dimostrare di saper morire senza lanciare un urlo; ovviamente in quei gesti sono drogati e totalmente condizionati nel comportamento.

    L’America ha affidato a questa gente la difesa dei propri interessi, ma quando si è resa conto che si tratta di personaggi inaffidabili, ha deciso di liberarsene e di combatterli, ma sul loro terreno e alle loro condizioni; non esiste guerra tecnologica che può fermarli.

    Per questo si tratta di una guerra dalla quale le forze occidentali non possono che uscire sconfitti; e se non avviene lo scontro finale è solo perché non rientra negli interessi dei talebani, in quanto intendono sfruttare ancora l’avidità di pani di oppio con i quali ottengono tutte le armi che necessitano loro.

    L’influenza talebana comincia anche a penetrare in Iraq, mentre è tollerata dall’Arabia Saudita, sulla carta alleata degli USA, ma nella realtà i peggiori nemici che permutano petrolio con dollari, ma lì sono wahabiti (alla casa Bianca ne ignorano anche il significato), e quindi i più fanatici fondamentalisti.

  11. Alcune peculiarità della lingua arabo-coranica

    di Abou Roxas
    nome palestinese di
    Rosario Amico Roxas

    Un aspetto che ha un’importanza non trascurabile nei rapporti tra Occidente e mondo arabo è costituito dal significato che alcuni termini hanno nelle due civiltà, perché la confusione lessicale può diventare confusione di pensiero.
    Uno di questi termini è Umma, che troviamo nel Corano, dove indica la comunità dei monoteisti che discendono da Abramo e, per analogia, si estende alla comunità dei popoli musulmani sparsi nel mondo, i quali appartengono ad un’unica Umma. Il termine ha, dunque, un significato puramente spirituale e morale e non si può tradurre con il nostro concetto di nazione.
    Analizzandolo oggi, l’Islam è la cultura maggiormente capace di ottenere il consenso da parte delle masse popolari, perché l’Islam rappresenta la proiezione di grandi aspettative di solidarietà sociale. L’aspetto sacro della vita è stato lungamente sfruttato per tenere a bada le masse, oggi i termini del confronto si sono capovolti, così il sacro è diventato la forza maggiormente destabilizzatrice dei privilegi.

    Le forze della sinistra socialista e comunista in Occidente non sono mai state capaci di offrire schemi e idee alternative. La guerra fredda tra la democrazia occidentale e il comunismo sovietico si trasformò ben presto in uno scontro economico tra il capitalismo e il sistema collettivistico socialista. L’implosione del regime comunista non rappresentò una vittoria della democrazia, bensì del capitalismo; questa vittoria ha provocato il deragliamento dello sviluppo culturale di molte nazioni musulmane, che nel socialismo avevano posto i loro progetti futuri, aprendo la strada al fondamentalismo religioso che, piano piano, stava per essere superato alla luce della promessa uguaglianza sociale. Quello che sta accadendo oggi con il fondamentalismo non solo non rinnova lo spirito dell’Islam, ma rappresenta la fine di sogni mai realizzati, destinati a scomparire nel deserto delle illusioni. Il fondamentalismo, che sarebbe più corretto chiamare fanatismo, riduce l’intelligenza e la operatività al livello di riflessi emotivi.

    Altro termine intraducibile è Hurria, impropriamente da noi tradotto con la parola libertà.
    La lingua araba non possiede un termine in grado di esprimere l’equivalente del concetto di libertà occidentale, perché per gli Arabi fino al 1798, quando Napoleone Bonaparte entrò in Egitto portando con sé i concetti della rivoluzione francese di “libertà, uguaglianza, fraternità”, la libertà era uno stato giuridico contrapposto alla schiavitù.
    Ma anche successivamente il termine Hurria, pur acquistando un senso politico, non coincise mai con quello di libertà nell’accezione che noi conosciamo; infatti nel mondo arabo non ci sono stati mai cittadini che abbiano reclamato dai loro governanti la libertà in senso democratico, ma piuttosto l’equità e la giustizia, che è il significato che la parola Hurria ha assunto nella accezione politica.

    Un’altra proiezione di un concetto antico verso realtà moderne si opera nei confronti del termine Chura, che si vuole assimilare al moderno pluralismo politico e democratico. Per gli islamici, invece, la Chura consiste nell’obbligo che ha il principe di prendere consigli dai saggi. Si tratta, quindi, di un dovere di concertazione per giungere al consenso, la cui negazione conduce al potere dispotico e arbitrario e, quindi, alla negazione della giustizia.
    La Chura, quindi, intesa come “concertazione”, è un principio coranico di ordine morale, che investe tutti i settori della vita dell’uomo, affinché vengano evitate le prevaricazioni e le ingiustizie. Essa non coincide con la democrazia, ma non si oppone ad essa, anzi le spiana la strada; la prima costituzione contemporanea del mondo arabo-islamico, infatti, è quella tunisina, promulgata nel 1861, malgrado la presenza colonizzatrice dei francesi. I francesi l’accettarono, ritenendo che si trattasse di una mera formalità, e come tale venne tollerata; sarà questa costituzione, invece, a stimolare l’esigenza di indipendenza, che contagerà tutta l’ex Africa Settentrionale francese. Anche in questo caso non prevalse l’esigenza di libertà secondo la nostra concezione, quanto piuttosto l’intolleranza verso un usurpatore di diritti, che non applicava i principi previsti dalla Chura.
    Il Bey di Tunisi era ridotto al rango di mediatore tra i francesi colonizzatori e le fasce medio-basse della popolazione; i pochi bourgeois non erano, infatti, troppo interessati a disfarsi della presenza francese, che garantiva loro dei privilegi, unitamente al mantenimento dell’ordine e alla realizzazione di opere ritenute, per i tempi, faraoniche, come la bonifica del grande golfo di Tunisi e il recupero di gran parte di aree edificabili sottratte al mare. Tutta la città di Tunisi, che va dalla Porte de France (un tempo chiamata Porte de la mer), da dove inizia il Zuk di Tunisi, fino al nuovo confine con il mare, fu costruita sui terreni recuperati dal mare; anche la Cattedrale Cattolica è costruita su questi terreni di risulta, ed è sostenuta da 3.600 pali di eucalipti conficcati nel terreno. Anche i 13 km di strada che tagliano il restante golfo, creando un lago salato, che da Tunisi porta a La Goulette, furono opera dei francesi. Ma, accanto a queste opere, furono fatte anche delle devastazioni, come il disboscamento della catena dei monti della Megerda; si trattava di alberi di palissandro e con quel legname furono costruiti i mobili francesi Luigi Filippo da artigiani tunisini e da una scuola di artigiani di El Annaba in Algeria, a pochi km. dal confine a Nord-Ovest con la Tunisia, dove ancora si producono copie di quei mobili, che antiquari di pochi scrupoli importano in Francia rivendendoli come autentici d’epoca, ultimi retaggi rimasti in Tunisia e Algeria della occupazione coloniale. Anche l’agricoltura venne sacrificata con grandi estensioni di terreni adibiti a colture estensive, favorite dall’abbondanza di manodopera a bassissimo costo.

    Intraducibile negli idiomi occidentali è il termine Riba, erroneamente tradotto con “usura”, ma che non ha niente a che vedere con il concetto occidentale di usura. La riba è un complesso di operazioni che seguono una logica speculativa basata su valori fittizi e che mira all’impoverimento della maggioranza dell’umanità a vantaggio delle oligarchie economiche sempre più ristrette e concentrate. La riba rappresenta quel tipo di politica economica che modifica, in peggio, i rapporti tra gli uomini e tra gli Stati. Divide le nazioni in nazioni debitrici e nazioni creditrici e promuove attività di politica economica tendente all’azzeramento delle risorse monetarie di intere popolazioni, sottraendo le materie prime e imponendo l’acquisto di beni non necessari: beni voluttuari e armi.
    Nel pubblico, come nel privato, la riba è il pilastro portante di una società disumanizzante e disumanizzata, che non riconosce più gli uomini nella loro struttura umana, bensì li identifica in produttori e consumatori, debitori e creditori, dove già massicciamente di più non conta essere, ma avere.
    Le conseguenze di questa forma di sfruttamento, che è ben più grave della semplice usura, sono di portata planetaria. Paesi come il Brasile, il Senegal, le Filippine hanno dovuto ricorrere alla deforestazione massiccia, che ha provocato danni immensi all’ecosistema, per fare fronte all’indebitamento causato dalla imposizione di beni superflui. A livello di nazioni la riba diventerà sempre più perniciosa con la globalizzazione dei mercati, dove le nazioni più ricche e più forti imporranno i loro prodotti in cambio di….nulla. Le nazioni produttrici di petrolio del Medio Oriente, malgrado le immense ricchezze prodotte dalla estrazione del petrolio, non riescono a soddisfare i bisogni primari delle popolazioni.
    La riba ha sconvolto anche i rapporti nelle popolazioni e nelle famiglie.
    E’ riba il sistema commerciale di allettare i consumatori con inviti come “compra subito, paghi a rate e la prima rata sarà l’anno venturo”. Si tratta di riba come sfruttamento, come illusione, perché, sia pure con tutto il comodo possibile, prima o poi bisognerà pagare il debito contratto per avere l’automobile nuova, le vacanze annuali, il mutuo per la seconda casa. Per pagare, allora, sarà necessario il doppio lavoro (quando c’è), il lavoro nero; sarà necessario sacrificare la famiglia, parcheggiando i figli negli asili o nelle scuole a tempo pieno.
    La riba impone di sacrificare l’armonia della famiglia al mito del consumismo; venendo meno l’armonia della famiglia, inizia lo scardinamento di una intera civiltà.
    Tutto questo è anticipato nel Corano:

    “Coloro, invece, che si nutrono di riba resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana. E questo perché dicono “Il commercio è come la riba”. Ma Dio ha permesso il commercio e proibito la riba. (Corano II, 275)”

    L’interpretazione più particolareggiata è affidata alla Sunna e alle parole dei saggi, che non guardano all’utile più immediato, bensì all’arricchimento spirituale dell’uomo.

    Grande confusione genera il termine Jihad, e non sempre si tratta di confusione in buona fede, causata da ignoranza o da limitata conoscenza; il più delle volte viene interpretata erroneamente per giustificare atteggiamenti aggressivi di ritorsione.
    Il termine arabo significa letteralmente “sforzo”, e il primo utilizzo che ne viene fatto nel Corano è:

    Jihad fi-sabili-llah (lo sforzo dell’uomo nell’itinerario verso di Dio).

    E’, innanzitutto, un termine a carattere religioso-mistico, perché c’è viva nell’Islam la convinzione che la strada che porta a Dio non è facile ed agevole, è una strada che prevede un grande sforzo, perciò grande sarà il premio per coloro che la percorrono.
    Il mondo occidentale preferisce interpretare la jihad esclusivamente sotto il profilo bellico, che esiste anche nell’interpretazione musulmana, come “sforzo militare”, cui sono chiamati i credenti per difendere la loro Umma. Quando la loro Umma è aggredita, minacciata, oppressa o perseguitata, i credenti hanno il dovere di combattere, esercitando il diritto-dovere di salvaguardarla:

    “coloro che si difendono quando sono vittime dell’ingiustizia” (Corano XLII, 39)
    “Combattete per la causa di Dio contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, perchè Dio non ama chi eccede (Corano II, 190).

    Risulta evidente come la guerra abbia solo carattere difensivo e che debba essere condotta senza lasciarsi mai andare all’efferatezza e alla crudeltà.
    I credenti che partecipano alla guerra difensiva sono chiamati mujahidin e godono della massima considerazione nella comunità. Quelli che perdono la vita nella guerra sono perdonati da Dio dei loro peccati e sono considerati “vicini a Dio”:

    “Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Dio. Sono vivi, invece, e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Dio, per Sua grazia, concede loro” (Corano III, 169-170)

    Secondo un hadit ci sono tre momenti che giustificano una guerra: il sangue (che significa l’integrità fisica), l’onore (la propria rispettabilità e quella della famiglia), i beni (ciò che onestamente si possiede).
    L’azione, la parola e l’intenzione sono i tre strumenti per difendere i diritti citati: la parola potremmo identificarla con l’attuale diplomazia, l’intenzione è la pubblica riprovazione; quando queste due falliscono, allora si passa all’azione, cioè alla guerra.

  12. INGIUSTIZIA E’ FATTA
    Data: Wednesday, 03 January @ 00:00:00 EST
    Argomento: Opinioni a confronto
    Una morte per assicurare tanti silenzi. L’esibizione di una forza apparente soppianta l’intelligenza della politica e della diplomazia.

    Abou Roxas
    nome palestinese di
    Rosario Amico Roxas

    L’esecuzione di Saddam ha mostrato al mondo intero la fragilità della politica americana in Medio Oriente; l’intelligenza della politica e della diplomazia è stata soppiantata dalla esibizione muscolosa di una forza apparente.
    Il boia ha ucciso il suo stesso mostro.
    Si concretizzano tutte le contraddizioni della sciagurata politica di Bush che trovò nel governo italiano di allora un alleato, malgrado la volontà del popolo italiano e malgrado il dettato della Costituzione che aborrisce il ricorso alla guerra per risolvere le controversie internazionali.

    La sentenza di morte era già stata scritta da tempo, fin da quel 2003 quando Saddam venne trovato dall’intelligence curda, nascosto come un topo in una tana.
    In quell’occasione Bush sostenne che una condanna a morte avrebbe rappresentato la logica conclusione.
    La prima condanna venne pronunciata dal tribunale speciale alla vigilia delle elezioni americane di medio termine, nella vana speranza di offrire un appoggio al perdente Bush.
    Quindi la conferma in appello e, oggi, l’esecuzione.
    Ma quali sono stati i reati per i quali Saddam è stato condannato ?
    Praticamente il processo si è svolto “solo” intorno all’uccisione di 148 sciiti, massacrati per rappresaglia per un mancata attentato a Saddam del 1982 a Dujail.
    Sotto un profilo giuridico tutto appare ineccepibile, anche se, sotto il profilo storico, siamo di fronte ad una esecuzione mirata a ottenere un compiacente silenzio su ben altre stragi.
    I crimini di Saddam sono ancora tutti all’esame del tribunale speciale, in quanto è in corso un’altra serie di procedimenti, che andranno a decadere per la morte dell’imputato.
    Caso unico nella storia giudiziaria che vede l’esecuzione di una condanna a morte prima che tutti i processi siano completati, a danno e beffe delle vittime e della realtà storica.
    Gli avvocati difensori di Saddam negli altri processi avrebbero chiesto la chiamata di correità nei confronti dei vari governi USA, con particolare riferimento a quei governi presieduti dalla dinastia di petrolieri Bush.
    Vediamo gli altri reati che andranno prescritti per avvenuta esecuzione del colpevole prima che potesse difendersi chiamando alla sbarra i mallevadori delle atrocità.

    1980/1988 guerra Iran-Iraq, sostenuta e finanziata dagli USA. Nel 1987 l’esercito iraniano aveva sfondato le linee irachene, penetrando per oltre 200 km ; il partito Bath aveva deciso di chiedere a Komeini la resa senza condizioni. Fu allora che intervenne pesantemente l’esercito USA, prima distruggendo la modestissima flotta iraniana all’ancora nel golfo persico; poi instaurando una “no fly zone” tra Iran e Iraq, all’interno della quale i caccia USA abbatterono un aereo di linea iraniano, che non era stato avvertito in tempo delle decisioni USA. Komeini capì che era intervenuta la potenza militare americana e fu lui a chiedere la resa senza condizioni. Non fu trattato come uno sconfitto, anzi l’America volle che Komeini restasse al suo posto come dimostrazione vivente che nessuno può ostacolare i progetti dell’impero.

    Nelle more, tra il 1983 e 1l 1988 Saddam si macchiò di altri delitti: nel 1983 oltre 8.000 componenti della tribù Barzani, quella dell’attuale presidente della regione curda, Massud Barzani, vennero massacrati con il gas nervino che Saddam aveva ricevuto dagli USA per la guerra contro l’Iran.

    Tra il 1987 e3 il 1988 180.000 curdi vennero uccisi in operazioni di trasferimento.

    Nel 1988 a Halabja vennero uccisi 6.000 curdi con il gas nervino, fornito dal Pentagono a Saddam. Intervenne l’ONU per porre fine a queste stragi mirate allo sterminio del popolo curdo che reclamava una maggiore indipendenza dall’Iraq; la decisione dell’ONU venne annullata dal veto USA che motivò tale assurdità con il fatto che si trattava di “fatti interni” di una nazione sovrana; c’è da sottolineare che i curdi occupano il Kurdistan, regione che possiede il 70% del petrolio iracheno.

    Nel 1990 Saddam invase il Kuwait, regione ad altissima intensità petrolifera. Per fare tale operazione Saddam chiese l’autorizzazione all’ambasciatore USA a Baghdad, April Glaspie, una donna energica ma di pochi scrupoli essendo personalmente interessate al circuito del petrolio. Saddam venne autorizzato dalla Casa Bianca a invadere il Kuwait, a condizione che immediatamente fossero indette democratiche elezioni; chiaramente gli USA avevano pronto un governo fantoccio. La famiglia dell’emiro del Kuwait, una settimana prima dell’invasione si trasferì a Nizza, occupando due piani dell’Hotel Negresco. Fu l’Arabia Saudita ad opporsi alle elezioni democratiche in Kuwait, perché avrebbero rappresentato un pessimo esempio in quell’area, dominata da una monarchia assoluta; unica nazione che non è dotata di una Costituzione. Così scattò la prima guerra del Golfo con conseguenze riservate solo agli iracheni e non certo al rais.

    Alla sconfitta di Saddam seguì una feroce repressione del rais contro sciiti e curdi; in realtà le cose andarono diversamente. I giovani ufficiali sciiti e curdi, che erano stati mandati al confine con il Kuwait per ostacolare l’eventuale avanzata americana verso Baghdad, ritennero maturi i tempi per affrontare Saddam e liberare l’Iraq da quella feroce dittatura. Chiesero e ottennero dal comando USA l’impegno per una copertura aerea, nonché l’invio di truppe speciali, per incontrarsi con le forze sciite e curde, forti di 13.000 uomini. Ma la copertura aerea promessa non arrivò, così come non arrivarono i rinforzi promessi; nella spianata a Nord-Ovest di Baghdad gli insorti sciiti e crudi trovarono ad attenderli la “guarda nazionale” (una sorta di esercito privato di Saddam) e fu una strage, che passò come una legittima difesa contro un tentativo di colpo di Stato.

    A queste accuse Saddam non potrà rispondere e, per conseguenza, non potrà esserci nessuna chiamata di correità nei confronti degli USA.
    Saddam è stato ben custodito nelle prigioni americane in Iraq e consegnato al boia solo pochi minuti prima dell’esecuzione, possibilmente sedato e non in grado di connettere, certamente non in grado di far sentire la sua voce che avrebbe coinvolto le forze di occupazione come mandanti delle stragi solo a lui addebitate.
    La Storia è stata beffata e ingiustizia è stata fatta.

  13. A chi giova il terrorismo ?

    Abou Roxas
    nome palestinese di
    Rosario Amico Roxas

    Qualunque sia il fenomeno terroristico, a livello nazionale o a livello internazionale, ha sempre una caratteristica comune: non è rivolto contro governi, bensì contro popolazioni, per determinare quello stato di paura costante, idonea a giustificare interventi autoritari.
    Il terrorismo non ha un passato, non gode del presente e non programma un futuro, non ha da proporre assolutamente niente, non una nuova e diversa forma di Stato, non una sociologia di base atta a modificare, in meglio, quella esistente.
    Semina panico come suo fine; non intende conquistare, perché non ha un modello da proporre; il terrore è uno strumento, la conquista è un fine, che il terrorismo non saprebbe gestire.
    Gode di quella soggettività politica che i popoli-bersaglio gli riconoscono, come se si trattasse di un avversario da combattere con una guerra globale. Ma le guerre si fanno in due, mentre il terrorismo è, per sua natura, unilaterale e sordo alle altrui ragioni.
    Quando il terrorismo tenta di vestire gli abiti della guerriglia o di una fazione di partigiani, riesce solo a prendere in giro se stesso, in quanto non si contrappone simmetricamente ad un ipotetico avversario, ma si rivolge sempre contro un pubblico che diventa spettatore attonito e vittima passiva. I partecipanti alle azioni terroristiche sono vittime anch’esse di qualcosa in cui credono, ma non si rendono conto che il metodo è sbagliato, e agiscono spinti da una sollecitazione organizzata e cinicamente operativa.

    La semina del panico cosa produce ?

    E’ chiaro e documentato che, innanzitutto, giustifica le azioni repressive di chi manovra il terrore, per impaurire i cittadini di uno Stato, pronti a sostenere chi propugna una lotta senza quartiere, presentata come difesa ad oltranza.
    Viene da chiedersi chi manovra questo malcontento, che avrebbe maggiore possibilità di successo se venisse alla luce con proposte, programmi da discutere in sede politica e diplomatica.
    Ma questo non accade, perchè all’ispiratore dei programmi terroristici non conviene.
    Lo abbiamo visto in sede internazionale e lo vediamo adesso in sede nazionale; cambia la quantità degli adepti, ma non la loro qualità e i loro propositi confusamente eversivi.
    Ipotizzare che quindici irriducibili volessero cambiare la struttura dello Stato appare, quanto meno, ridicolo; hanno, però, determinato una vaga sensazione di paura, mista a impotenza, perché il terrorismo si autorigenera e la persecuzione lo alimenta.
    La lotta senza quartiere, le guerre preventive, la repressione organizzata, hanno favorito l’inasprimento della lotta, dalla quale una nazione, uno Stato, un governo, non potrà mai uscire vincitore se non elimina le fonti che generano tale terrorismo.
    Pur se pochi elementi, in rapporto all’intera popolazione, i terroristi necessitano di finanziamenti per organizzarsi para-militarmente, e chi altri potrebbe avere interesse a finanziarli se non la mente occulta che li manovra a loro stessa insaputa ?
    Il terrorismo internazionale risulterebbe in mano a Bin Laden e alla sua organizzazione; ma vengono combattuti gli effetti, non viene stroncata la causa; ciò fa intuire che la causa viene sfruttata, affinchè gli effetti seminino il panico da sfruttare politicamente inasprendo le regole autoritarie. La prova sta nella irreperibilità dello stesso Bin Laden, che si beffa delle più potenti organizzazioni mondiali di intelligence. A livello nazionale accade lo stesso, con un disegno ben orchestrato che si inserisce in un mosaico già disegnato; ogni azione è studiata per diventare una tessera di quel mosaico.
    Eliminati gli attori principali di oggi, che hanno, però, recitato benissimo la poro parte, sia pure inconsapevolmente, altri vengono istruiti e preparati a sviluppare una trama che dovrebbe condurre all’ingresso nella “stanza dei bottini” (sic !), non più per arraffare denaro, ma per gestire potere.
    Gli attentati terroristici sono certamente tali, e tali possono essere accertati, solo a-posteriori, non quando vengono sventati all’ultimo momento e si trasformano in una propaganda mediatica a vantaggio delle presunte vittime.
    Lo fu l’attentato con le aranciate sventato all’aeroporto di Londra, potrebbe esserlo la minaccia all’ Italia, diventata oggetto di trasmissioni speciali, come una televendita programmata da tempo, che privilegia discorsi catastrofistici alternativi a quelli della politica e della diplomazia.

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